Psicofarmaci
L’ansia generalizzata è una condizione d’ansia cronica che accompagna il paziente per tutta la giornata, una sorta di stanchezza nervosa che fa sembrare tutto faticoso e doloroso tanto da tenere il paziente in continua allerta. Se il senso del piacere cioè la voglia di fare le cose e di dedicarsi alle proprie passioni rimane indenne, si parla di ansia generalizzata pura mentre se tale stato ansioso è associato a calo dell’umore si parla di stato ansioso-depressivo. La terapia classica è ormai da molto tempo basata sull’utilizzo di farmaci antidepressivi serotoninergici che oltre a dare un effetto ansiolitico possono agire positivamente sull’umore, rendendo l’intervento terapeutico di maggiore successo. Tuttavia comporta il rischio di risolvere l’ansia ma di trovarsi dopo qualche mese con disturbi della sessualità e col rischio di una grave dipendenza. Un’altra opportunità terapeutica che io consiglio come prima linea di trattamento nel caso vi sia prevalentemente ansia e non depressione, è il Buspirone, farmaco ansiolitico con ottimo profilo di tollerabilità perché non provoca disturbi cognitivi, emotivi o della sessualità e può anche essere facilmente dismesso. Altra possibilità, sempre che vi sia solo ansia cronica non accompagnata da altri disturbi psichiatrici importanti, è il Lyrica (pregabalin), farmaco dai molti effetti terapeutici tra cui quello ansiolitico. Io lo consiglio come ultima scelta perché il suo effetto varia molto da persona a persona cioè non vi è omogeneità nell’esperienza ansiolitica: ci sono perssone che ne traggono giovamento ma altre che al contrario non provano nulla o addirittutra provano uno spiacevole senso di stirdimento e di tensione nervosa. Inoltre Lyrica è un farmaco che può provocare dipendenza e necessitò di aumentare la dose per mantenere costante nel tempo l’effetto ansiolitico. La sua efficacia come ansiolitico non sembra inoltre durare molto. Termino con un ovvio accenno alle Benzodiazpine di cui ho già ampiamente parlato e che ovviamente non sono adatte a far fronte ad uno stato ansioso cronico se usate da sole proprio perché il loro utilizzo corretto impone un trattamento di breve periodo.
Benzodiazepine & Depressione
/0 Commenti/in In Evidenza, Psicofarmaci, Tutti gli art.Spesso le benzodiazepine (BDZ) vengono prescritte insieme all’antidepressivo (AD) sia per far stare meglio subito il paziente depresso (l’AD invece ci impiega alcune settimane) e sia per mitigare i disturbi da aumento improvviso della serotonina che gli AD danno nei primi giorni di trattamento (aumento dell’ansia, nausea, insonnia).
Dopo qualche settimana però l’antidepressivo (assunto per depressione o per disturbi di altro tipo) comincia a fare effetto e il miglioramento dell’umore si accompagna solitamente ad una diminuzione dell’ansia e ad un maggior benessere generale; le BDZ andrebbero dunque lentamente scalate e tolte.
Capita però che per vari motivi ci siano persone di temperamento ansioso o con difficoltà sociali che dalle BDZ traggono un benessere aggiuntivo e fanno pertanto fatica a scalarle come andrebbe fatto dopo un mese circa dall’inizio della terapia antidepressiva; non di rado continuano ad usarle indefinitamente per anni, affiancandole quotidianamente alla terapia antidepressiva.
Perché è un errore grave non sospendere le BDZ dopo 2-3 settimane dall’inizio della terapia antidepressiva? Perché esse stesse, se assunte continuativamente per mesi e anni, provocano depressione. E’ quindi come accelerare col freno a mano tirato: spesso, l’antidepressivo in un assuntore cronico di BDZ, ha un effetto blando e insoddisfacente oppure ha un buon effetto iniziale che presto va scemando lasciando frustrati sia lo psichiatra che il paziente.
Le BDZ infatti:
- inibiscono la liberazione dei neurotrasmettitori serotonina, noradrenalina e dopamina il cui accumulo nello spazio sinaptico è alla base del meccanismo degli antidepressivi.
- impediscono la liberazione nel cervello dei fattori di crescita dei neuroni, sostanze che sono il concime delle cellule cerebrali: in particolare, le BDZ impediscono la neurogenesi dell’ippocampo, azione alla base della risalita dalla depressione.
- peggiorano la memoria soprattutto recente e rallentano i processi cognitivi per cui il soggetto sotto l’effetto delle BDZ ragiona e agisce con più difficoltà e peggiori risultati.
E’ da ricordare inoltre che la psicoterapia, da sola o affiancata al farmaco antidepressivo è indispensabile per la risalita dalla depressione ma le BDZ possono vanificarne l’efficacia proprio perché rendono difficile l’apprendimento di nuove modalità di comportamento e di nuovi schemi cognitivi, diversi da quelli depressivi. Ancora, esse attutiscono le emozioni che, come sappiamo, sono alla base della spinta motivazionale necessaria per cambiare.
A. Mercuri
Litio orotato
/0 Commenti/in In Evidenza, Psicofarmaci, Tutti gli art.Orotato di Litio è un sale di litio che viene venduto senza ricetta a dosi molto basse come lenitivo per lievi depressioni, contro l’ansia, per migliorare le prestazioni cognitive e prevenire la demenza di Alzheimer. Al di là del litio usato in psichiatria a dosaggio pieno come stabilizzatore dell’umore nelle forme bipolari anche le minidosi di Litio sono utili per disturbi psicoemotivi minori, senza dare tossicità. Purtroppo però sembra che litio orotato pur essendo utilizzato a basso dosaggio possa accumularsi nelle cellule nervose o forse anche in quelle renali e tiroidee raggiungendo concentrazioni non note e teoricamente tossiche. Il problema principale è che mentre esistono molti studi sul litio carbonato e solfato, ne esistono molto pochi e non conclusivi sul litio orotato. Ritengo pertanto, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, che sia meglio assumere, sempre seguiti da un medico esperto, piccole dosi di litio solfato (i cui effetti sono ben noti) piuttosto che minidosi di un prodotto come il litio orotato di cui non si sa ancora abbastanza.
A. Mercuri


