Fluoxetina, un antidepressivo stimolante

VANTAGGI: ottimo antidepressivo stimolante e neutro sul peso corporeo, ha un’importante azione neurotrofica e antinfiammatoria sul cervello. Dà meno disturbi sessuali e apatia degli altri SSRI.

SVANTAGGI: laborioso metabolismo epatico e necessità di aggiustare al ribasso il dosaggio di alcuni farmaci presi in concomitanza; la sua lunghissima emivita provoca il persistere nel corpo del farmaco e del suo metabolita attivo per circa 1 mese dopo l’ultima dose assunta.

APPROFONDIMENTO:

è’ un ottimo antidepressivo con effetto sia ansiolitico e rasserenante che stimolante l’iniziativa, la motivazione e l’azione (qualcuno gli attribuisce un leggero effetto amfetamino-simile ad esordio precoce, ben prima che subentri quello antidepressivo legato alla serotonina e per il quale sono necessarie alcune settimane). Tutto questo grazie al fatto che fluoxetina ha una potente azione di blocco della ricaptazione della serotonina combinato però ad un effetto stimolante di tipo noradrenergico e dopaminergico, quest’ultimo per 2 motivi: 1) blocco, seppur debole alla dose di 20 mg, del recettore serotoninico 5-HT2C con conseguente liberazione di noradrenalina e dopamina in sede prefrontale 2) forte stimolazione del recettore Sigma 1; l’agonismo al recettore Sigma 1 provoca effetto ansiolitico e antidepressivo promuovendo un’azione anti-neuro-infiammatoria nonché la liberazione di BDGF, un importantissimo fattore di crescita che stimola la formazione di nuovi circuiti nervosi (sinaptogenesi e neuroplasticità) e di nuovi neuroni. Di per se, sia fluoxetina che il suo metabolita attivo Norfluoxetina, non inibiscono in modo apprezzabile la ricaptazione della noradrenalina o della dopamina né posseggono azioni antistaminica, anticolinergica o antiadrenergica, queste ultime 3 responsabili di potenziali effetti collaterali. Fluoxetina non provoca aumento ponderale, è considerato un antidepressivo neutro sul peso; in realtà, all’inizio del trattamento e per un mese circa, essa può avere effetto anoressizzante e dimagrante sia per la sua proprietà attivante che per una certa inappetenza e alcune volte nausea provocate dalla forte azione serotoninergica unita al laborioso metabolismo epatico. Il metabolismo del farmaco ad opera degli enzimi epatici è molto lento e laborioso e rallenta la degradazione di altri farmaci assunti contemporaneamente soprattutto antidepressivi, antipsicotici e antiaritmici. Questo comporta le necessità di monitorare il paziente ed eventualmente aggiustare in ribasso il dosaggio dei farmaci presi in concomitanza. Ricordare inoltre che tra la sospensione di fluoxetina e la sua totale eliminazione dall’organismo trascorre circa un mese.

A. Mercuri

Buspirone, un buon ansiolitico poco utilizzato

Buspirone (nomi commerciali Buspar o Buspimen) è un farmaco prevalentemente ansiolitico ma non è una benzodiazepina ed esplica la sua azione senza alterare le prestazioni cognitive, psicomotorie e di memoria come fanno tipicamente quest’ultime. Per contro, è un ansiolitico che non funziona immediatamente quindi non può essere preso sporadicamente al bisogno: ci impiega infatti due settimane circa ad agire con un effetto che rimane però costante per tutta la durata dell’assunzione (ha però una breve emivita quindi va preso 2-3 volte al giorno, meglio se a stomaco pieno). Dalla letteratura (che comunque non fornisce, che io sappia, studi durati anni ma solo mesi) si evince che non dovrebbe dare nemmeno dipendenza o astinenza nemmeno se sospeso bruscamente e non vi sarebbe rischio di tolleranza o abuso. Sembra agire stimolando il recettore A1 della serotonina un po’ come fanno i comuni antidepressivi che sono infatti anche ansiolitici ma, a differenza di questi, non provoca un aumento della serotonina nell’organismo e quindi non provoca i noti effetti collaterali degli SSRI. Non da sedazione perché non ha nulla di antistaminico (e questo è un bene perché toglie l’ansia senza stordire) ma ciò lo rende non adatto come sonnifero. Ancora, non ha azione anticolinergica quindi non provoca secchezza di occhi e bocca, non da stipsi, non peggiora le prestazioni cognitive negli anziani, non interferisce con la minzione né con la pressione oculare (cosa che gli anticolinergici fanno). Altra azione è l’inibizione del recettore alfa 2 adrenergico che ha come risultato una liberazione nel cervello di noradrenalina (e un certo effetto attivante e antidepressivo), un po’ come fanno, in misura minore, Mirtazapina e Quetiapina. Non ci sono interazioni pericolose di rilievo a parte quella con i soliti antidepressivi I-Mao irreversibili e non selettivi come Fenalzina e Tranilcipromina, da evitare per il rischio di crisi ipertensive; sono possibili altre interazioni perchè Buspirone è degradato dagli stessi enzimi che degradano molti altri farmaci ma queste interazioni comportano soltanto l’eventuale necessità di alzare o abbassare leggermente il dosaggio del Buspirone stesso o degli altri farmaci assunti in contemporanea. Con l’alcool, Buspirone non sembra invece avere particolare interazione sebbene il buon senso dica di non assumerlo da ubriachi o di non ubriacarsi dopo averlo assunto. Insomma, Buspirone si può aggiungere alla terapia che si sta già facendo, senza modificare nulla: si può tranquillamente assumere anche in associazione con le Benzodiazepine e può certamente aiutare nella dismissione di queste. Cosa molto importante, Buspirone sembra mitigare gli effetti collaterali sessuali degli antidepressivi e aumentare la libido nelle donne affette da “desiderio sessuale ipoattivo”; inoltre è stato riscontrato un miglioramento di alcune prestazioni cognitive negli assuntori di Buspirone, all’opposto di ciò che fanno le benzodiazepine. Infine, non avendo proprietà anti-alfa 1 adrenergiche, Buspirone non dà ipotensione ortostatica e non chiude il naso come invece tanti altri preparati per dormire fanno.

Nelle farmacie italiane, come tanti altri buoni farmaci, non è più venduto dal 2000 circa ma non perchè pericoloso o inefficace ma per poco limpidi motivi di mercato; la prova che invece è efficace e non dannoso è che continua ad essere venduto in altri civilissimi Paesi europei e, alla grande, negli Stati Uniti dove è tra gli psicofarmaci più venduti. Se volete procurarvelo, ovviamente con ricetta medica, potete telefonare alla Farmacia Internazionale di San Marino dal lunedì al venerdi dalle 08:30 alle 12:30 Tel.: 0549 994930 Fax: 0549 994020 Email: farmacia.internazionale@iss.sm

C’è da 5, 10 e 15 mg il cui costo per 100 compresse è di circa 20 euro + 15 euro se volete farvelo spedire a casa.

Un saluto,

A. Mercuri

Paroxetina, un potente antidepressivo

Paroxetina è una molecola antidepressiva con una potente azione serotoninergica, paragonabile solo a quella della clomipramina (Anafranil). Possiede inoltre deboli azioni noradrenergica e anti-colinergica: quest’ultima tuttavia è debole ma non trascurabile se il paziente è particolarmente sensibile alla stipsi, alla ritenzione urinaria o ha problemi di ipertensione dell’occhio oppure è anziano e con funzione cognitiva in declino (gli anticolinergici peggiorano le prestazioni cognitive). Certamente è un antidepressivo efficace ma ha diversi effetti collaterali in comune con gli altri inibitori della ricaptazione però accentuati, forse per la sua peculiare potenza serotoninergica. Ad esempio, paroxetina dà molto frequentemente disturbi sessuali in entrambe i sessi, nel maschio soprattutto orgasmo ritardato, diminuzione del desiderio e scarsa erezione, nella donna calo del desiderio, scarsa lubrificazione e disturbi dell’orgasmo. A questo proposito, c’è una curiosità: Paroxetina è in grado di stimolare i recettori per gli estrogeni e di innalzare pertanto la prolattina (cose non positive per i maschi ma nemmeno per le donne con tendenza al tumore della mammella ormone-sensibile); paroxetina ha inoltre nei maschi un’azione inibitoria particolarmente accentuata sulla produzione locale di ossido nitrico (NO), piccola molecola vasodilatatrice essenziale all’erezione, la cui produzione viene invece incrementata da Viagra e simili.

Ancora, paroxetina dovrebbe essere vietata in gravidanza perché compromette la corretta formazione degli organi del nascituro, in particolare cuore e cervello: a parte i difetti cardiaci, paroxetina sembra essere implicata in alcuni casi di neuro-tossicità che portano ad anomalie del neuro-sviluppo e di conseguenza a patologie neuropsichiatriche come autismo, ADHD, schizofrenia e altro; è stato visto infatti di recente utilizzando parti di cervello create in laboratorio (organoidi) (3) che paroxetina assunta da una madre in gravidanza compromette particolarmente la mielinizzazione degli assoni e la formazione dei collegamenti tra i neuroni (sinaptogenesi) cose essenziali per una corretta maturazione fetale del cervello. Ancora, il metabolismo di paroxetina impegna e rende quindi meno efficienti gli enzimi epatici preposti alla degradazione di alcuni farmaci oltre che dei cancerogeni; ad esempio è vietata l’assunzione contemporanea di paroxetina e Tamoxifene (si usa questo per evitare le recidive di cancro della mammella) perché paroxetina rallenta l’attivazione metabolica epatica di Tamoxifene rendendo la cura antitumorale poco efficace. Inoltre, la lenta disattivazione di alcuni cancerogeni, l’azione estrogeno-simile e l’innalzamento della prolattinemia sono forse responsabili della maggiore incidenza di cancro della mammella (6 volte più frequente) notata nelle donne che assumano paroxetina da più di 4 anni; alle donne poi che abbiano in famiglia casi di tale neoplasia, paroxetina non deve essere prescritta. A questo proposito, troverete recenti articoli scritti da oncologi, chimici e biologi molecolari (1) in cui si esalta la teorica proprietà antitumorale di paroxetina; tali studi sono sicuramente molto interessanti ma non possono rovesciare la realtà clinica che, all’opposto, parla di aumentata incidenza di cancro della mammella con paroxetina, come sopra riferito. (2)

Altre peculiarità di paroxetina sono la sua affinità per i recettori degli oppioidi, la grande difficoltà di interromperne l’uso, l’aumentata incidenza di ipertensione gravidica, la tendenza a far ingrassare e a dare piattezza affettiva e demotivazione. Ancora, negli adolescenti, può aumentare l’aggressività, portare acatisia o aumentare la probabilità di suicidio (quello dei possibili danni agli adolescenti, è stato motivo di una pesante condanna per la casa produttrice che sapeva ma ha insabbiato i risultati). Ancora, paroxetina, oltre alla fertilità femminile abbassa anche quella maschile danneggiando il DNA degli spermatozoi e diminuendone la motilità (anche la compromissione dell’attività sessuale gioca la sua parte). Molti degli effetti collaterali su riferiti sono posseduti da tutti gli SSRI ma per paroxetina sono particolarmente intensi. In comune con gli altri SSRI ricordiamo anche il maggior rischio di diabete, di sanguinamento soprattutto gastrico, di ipo-sodiemia soprattutto se in associazione con certi diuretici e la maggior incidenza di osteoporosi.

(Molti dei dati su riportati sono tratti dagli articoli:

(1) “Paroxetine—Overview of the Molecular Mechanisms of Action” di Magdalena Kowalska e altri, Int. J. Mol. Sci. 2021

(2) “Paroxetine-The Antidepressant from Hell? Probably Not, But Caution Required” di Robert M Nevels e altri, Psychopharmacol Bull 2016

(3) “Antidepressant Paroxetine Exerts Developmental Neurotoxicity in an iPSC-Derived 3D Human Brain Model” di Xiali Zhong e altri, Front Cell Neurosci. 2020 Feb 21).

A. Mercuri

Ambiguità sessuale come moda: un grave danno per i giovani

Noto come negli ultimi tempi anche in Italia, le differenze di ruolo (sessuale, comportamentale, lavorativo) tra i sessi maschile e femminile siano propagandate come una convenzione ancorata alla diversità biologica, una forzatura verso uno stereotipo obsoleto di uomo e di donna che costringe ad una scelta obbligata di stare o da una parte o dall’altra escludendo le infinite e meravigliose sfumature dell’ambivalenza e dell’intercambiabilità. E questo viene proposto come una conquista del progresso sociale verso la libertà di esprimere le proprie tendenze in modo del tutto libero; un vero e proprio invito all’ambiguità di genere e un incentivo ai comportamenti omosessuali.

Tutti i prodotti oggi, che siano  orologi, pantaloni, spaghetti o biancheria intima, devono essere presentati da modelli di aspetto sessualmente ambiguo e spesso abbracciati che alludono all’amore e alla sessualità libera da convenzioni di genere; la rock band che va per la maggiore è composta da individui di genere indefinibile e alla radio imperversa un uomo che gorgheggia melodioso l’amore per un altro uomo e per un figlio comprato e costretto a non avere una madre. In aggiunta a ciò, qualsiasi adolescente, accedendo con due clic a certi filmini di internet, può vedere come la pubblicità abbia ragione: si, egli pensa, effettivamente i vecchi limiti sono superati.

Ma siamo sicuri che questo invito all’amore e al sesso senza regole, che propaganda l’ambivalenza sessuale, sia benefica per i nostri figli e per la società in generale? Sono così stupide e obsolete le convenzioni sociali riguardo alla spartizione dei ruoli? Io penso di no e per due ragioni:

1) La suddivisione biologica maschio-femmina a partire dall’ancestrale ermafroditismo, è stata una lenta e vincente conquista dell’evoluzione darwiniana; e alla diversità biologica sono seguite la diversità delle attitudini e la spartizione dei compiti che sono divenuti sinergicamente complementari e quindi, almeno teoricamente, senza competizioni e dissidi.

2) Molti adolescenti e giovani oggi, precipitano nella disperazione per aver voluto fare esperienze omosessuali pur senza essere tali, spinti e incentivati dalla propaganda in atto. E questo capita perché chiunque ha dentro di sé (e ancor più nell’adolescenza) una presenza più o meno ampia dell’altro sesso, presenza indispensabile per capire le istanze psicologiche e fisiche dell’altra metà ma che dovrebbe rimanere in nuce, come natura vuole, e non essere ipertrofizzata  da una propaganda che propone e promuove l’intercambiabilità tra mansioni e comportamenti maschili e femminili.  

Pieno rispetto allora per ogni scelta individuale di identità di genere e gusti sessuali; ma altrettanto rispetto per una tradizione che coglie e distingue le bellissime e indispensabili differenze tra maschio e femmina: una tradizione che, come sopra ho accennato, non si è formata a caso ma ha profonde radici biologiche e antropologiche; una tradizione di spartizione netta di ruolo maschio-femmina che i nostri adolescenti hanno diritto di seguire con convinzione e con orgoglio senza essere corrotti da una propaganda dannosa e vuota di senso.  

Angelo Mercuri

 

 

Venlafaxina: funziona, ma forse c’è di meglio

Venlafaxina è una molecola antidepressiva pubblicizzata come SNRI cioè con doppia azione sia serotoninergica che noradrenergica ma in realtà la sua potenza come noradrenergico è tanto bassa da essere apprezzabile solo al dosaggio di 225 mg/die. In realtà anche come serotoninergico venlafaxina ha un’azione debole, debolissima se confrontata con i potenti clomipramina (Anafranil), paroxetina o sertralina. Si possono escludere altre azioni di rilievo come quella anticolinergica, antiadrenergica e antistaminica e questo se da un lato può essere un vantaggio per i minori effetti collaterali dall’altro rende la molecola meno potente (l’effetto anticolinergico centrale rinforza l’effetto antidepressivo delle molecole, vedi Anafranil) e meno versatile perché non dotata di effetti ansiolitico e ipnotico-sedativo. Inoltre l’effetto serotoninergico puro di venlafaxina potrebbe spiegare la sua, almeno iniziale, azione irritante sull’apparato digerente (soprattutto nausea) dove la serotonina gioca un ruolo eccitatorio.

Dobbiamo ricordare il 75% circa di venlafaxina viene metabolizzata dal fegato a desvenlafaxina (di cui ora si è fatto un farmaco, il Faxilex) che ha un’azione antidepressiva teorica più marcata della molecola madre essendo 2 volte circa più potente  come serotoninergico e 4 volte più potente come noradrenergico ma tuttavia restando un antidepressivo debole confrontato con altre molecole note (paroxetina, duloxetina, clomipramina, sertralina).

Ancora, un aspetto negativo di venlafaxina è la sua brevissima emivita; questo problema è stato ovviato tempo fa creandone la formulazione a rilascio prolungato da 37,5 o da 75 mg. Tali capsule o compresse però hanno lo svantaggio di non poter essere divise (pena la perdita dell’effetto a lento rilascio) il che rende difficoltoso sia l’inizio che la fine graduale della terapia. Esiste comunque una formulazione liquida di venlafaxina denominata Zaredrop con la quale si può iniziare e terminare la terapia con gradualità ma il problema è che non essendo a rilascio prolungato, va assunta almeno in 2 volte al giorno e comunque tra una dose e l’altra possono comparire sintomi di astinenza.

A. Mercuri

Faxilex, un nuovo antidepressivo che c’era già

Faxilex (desvenlafaxina) è un antidepressivo a doppia azione (serotoninergica e noradrenergica) messo assai recentemente sul mercato (2022): si può dunque dire che sia l’ultimo nato, almeno in Italia, essendo stato il precedente, Brintellix, immesso nel 2014. Desvenlafaxina, è un prodotto di degradazione epatica della più nota e antica venlafaxina ( Efexor, Zarelis, ecc.), in gergo si dice che ne è un metabolita, che è stato estratto e trasformato esso stesso in farmaco. In realtà, di potrebbe dire che desvenlafaxina è il cuore, la parte migliore della venlafaxina poichè ha un effetto serotoninergico di potenza doppia e noradrenergica di potenza quadrupla rispetto al genitore venlafaxina. Infatti il dosaggio sufficiente ad esplicare effetto antidepressivo sembra essere più basso (vengono consigliati 50 mg/die mentre di venlafaxina solitamente se ne usano 75-150 mg). Il vantaggio di assumere questo farmaco piuttosto del progenitore dunque ci sarebbe, perchè più potente e soprattutto più ben bilanciato tra effetto serotoninergico ed effetto noradrenergico; tuttavia ci sono alcuni svantaggi: 1) Sembra essere meno efficace del progenitore 2) Non c’è la formulazione liquida quindi quando cominci devi farlo con 50 mg e quando lo sospendi sei costretto a fare un salto da 50 a 0 di colpo o ad ingegnarti con assunzioni sempre più distanziate perchè la compressa è a rilascio prolungato e non deve essere divisa (di venlafaxina invece esiste la formulazione liquida che si chiama Zaredrop). Io noto come le prescrizioni di Faxilex stiano progressivamente aumentando mentre quelle del precedente Brintellix stiano diminuendo ma non mi sembra che Desvelafaxina possa dirsi un antidepressivo innovativo poichè va ricordato che chi assume venlafaxina assume già desvelafaxina che ne è un prodotto di degradazione: il 70% di venlafaxina infatti viene convertito nel nostro organismo in desvenlafaxina. Dove sta dunque la novità? E che senso ha proporre questo antidepressivo come “nuovo” dal momento che nuovo non lo è per nulla?

Angelo Mercuri

Teanina, un ansiolitico nel tè

La Teanina è una sostanza naturale normalmente presente nel tè che viene estratto dalla pianta Camellia Sinensis. Teanina ha prevalentemente proprietà anti-stress psico-fisico, ansiolitiche e migliorative del sonno e questo effetto sembra dovuto alla sua capacità di aumentare il livello di dopamina e di GABA, di inibire l’attività eccito-tossica del glutammato e di favorire laliberazione di BDNF, fattore di crescita dei neuroni che favorisce il trofismo del cervello, soprattutto dell’ippocampo, struttura importante per ansia, umore e memoria ma molto vulnerabile. Gli studi scientifici hanno dimostrato:

  • una buona efficacia di Teanina nella schizofrenia (certamente in abbinamento ai comuni psicofarmaci antipsicotici, non da sola)
  • nei disturbi dell’attenzione soprattutto quando associata alla caffeina
  • nei disturbi del sonno soprattutto in associazione al magnesio.

Teanina è priva di tossicità anche se assunta per periodi prolungati e non ha incompatibilità con altri farmaci.

A. Mercuri

Ashwaganda per depressione, ansia e insonnia

Ashwaganda è il nome indiano dell’estratto della radice della piccola pianta Whitania Somnifera che significa “Odore di cavallo”, dall’odore caratteristico della radice polverizzata di questa pianta. L’antica medicina Ayurvedica non trascurava questa coincidenza e notava come tale pianta conferisse a chi la assumeva la forza e la virilità del cavallo. Al di là della secolare constatazione della medicina ayurvedica, gli studi attuali sembrano confermare l’azione antidepressiva, ansiolitica e migliorativa del sonno di Ashwaganda e sembra che il meccanismo d’azione principale di tale pianta sia l’abbassamento del livello del cortisolo, ormone delle surrenali che nelle condizioni di stress cronico porta a depressione. Un altro importante e documentato effetto di Ashwaganda è quello antinfiammatorio: tale estratto è infatti in grado di moderare la produzione di citochine pro-infiammatorie (che sono depressogene). Ancora, Ashwaganda migliora il sonno (non per nulla il suo nome scientifico è Ashwaganda Somnifera). Altre azioni scientificamente documentate sono l’azione afrodisiaca, forse per aumentata produzione di testosterone e il miglioramento delle prestazioni cognitive. Da notare come in Ashwaganda vi siano circa 80 principi attivi che agiscono insieme dando come risultato finale gli effetti su menzionati: non sarebbe dunque UNA SOLA sostanza responsabile di tali effetti ma l’azione sinergica di 80 principi attivi presenti nella radice della pianta che lavorano in squadra per dare il noto effetto finale; e questo è vero per tutta la fito-terapia ed è ciò che la rende una materia affascinante ma assai complessa da indagare a livello scientifico: un conto è studiare cosa fa UNA sostanza come potrebbe essere la Paroxetina ad esempio e un conto è capire come interagiscono tra loro OTTANTA sostanze con azioni diverse per dare il risultato finale. Buon futuro alla fitoterapia, dunque!

A. Mercuri

Iperico: un efficace antidepressivo, non una innocua tisana

Iperico è una pianta che ha la sua massima fioritura il 24 giugno, giorno di commemorazione della nascita di San Giovanni Battista e per questo è detto anche erba di San Giovanni; o “scacciadiavoli”, termine popolare per designare la sua proprietà, nota da secoli, di scacciare malumore e pensieri negativi.  Effettivamente, l’uso continuativo per qualche settimana dell’estratto di tale pianta provoca una condizione di maggiore serenità, date le sue proprietà ansiolitiche e antidepressive. Ma rispetto ai comuni antidepressivi funziona davvero o è come paragonare la camomilla al Tavor? No, funziona davvero soprattutto se la depressione è lieve o mederata. D’altra parte, sembra che il meccanismo d’azione complessivo del succo di tale pianta (costituito da vari principi attivi) sia simile a quello dei comuni antidepressivi di sintesi e cioè inibisce la ricaptazione della serotonina; ma non solo di quella perché iperico non è molto selettivo aumentando quindi anche la concentrazione sinaptica di noradrenalina, dopamina, glutammato e GABA.  Insomma, sembrerebbe fare ancor meglio delle note molecole di laboratorio come sertralina, citalopram, clomipramina, venlafaxina, ecc.  E non mancano studi seri, prodotti da scienziati, che considerano l’efficacia di Iperico addirittura superiore a quella dei comuni antidepressivi perfino nella depressione maggiore.

Attualmente Iperico è considerato un efficace antidepressivo per depressioni lievi o moderate ma la nota più importante è questa: Iperico è uno psicofarmaco quindi, che sia necessaria o meno la ricetta per ottenerlo, deve essere un medico a prescriverlo e a controllarne periodicamente gli effetti terapeutici e collaterali. Questo perché gli effetti collaterali sono simili a quelli dei comuni antidepressivi (ansia, insonnia e disturbi gastrointestinali all’inizio del trattamento; disturbi sessuali durante il trattamento) sebbene siano di intensità nettamente inferiore. Va però aggiunta una caratteristica negativa di Iperico e tutta sua, che i comuni antidepressivi non hanno: rende più rapido lo smaltimento di alcuni altri farmaci presi in contemporanea, diminuendone l’efficacia, cosa che può risultare pericolosa nel caso di pillola anticoncezionale, fluidificanti del sangue, immunosoppressori, farmaci anti HIV e altri.

Concludendo:

Vantaggi.

  • Iperico è una pianta quindi il suo utilizzo è più gratificante sul piano psicologico rispetto ad una molecola costruita in laboratorio, ma non solo: come in tutti i prodotti fitoterapici, vi è un gran numero di principi attivi che contribuiscono al risultato finale in un concerto armonioso preparato dalla natura che entra meglio in risonanza con la fisiologia del corpo umano rispetto ad un proiettile chimico creato in provetta
  • Gli effetti collaterali di Iperico sono in genere simili ma nettamente inferiori a quelli dei comuni antidepressivi

Svantaggi.

  • Può dare interazioni rilevanti con le terapie concomitanti

In ogni caso, alcune raccomandazioni:

  • Iperico è uno psicofarmaco
  • Prima di assumere Iperico rivolgetevi sempre ad un medico
  • Assumete sempre preparazioni di Iperico di marca nota e seria nelle quali siano chiaramente specificati i principi attivi, il loro dosaggio e il metodo di estrazione

BIBLIOGRAFIA: Risk assessment of herbal preparations containing St John’s wort RIVM report 2019-0115 L. de Wit | S. Jeurissen | W. Chen

A. Mercuri

N-Acetilcisteina, un integratore intelligente

N-Acetilcisteina (NAC) è nota a tutti, soprattutto col nome commerciale Fluimucil, per essere un prodotto fluidificante delle secrezioni dense (mucolitico) che favorisce la guarigione delle infezioni respiratorie o delle sinusiti. Non tutti sanno però che acetil-cisteina è ultimamente oggetto di studio in psichiatria per le sue proprietà antiossidanti, antinfiammatorie, modulatrici delle sinapsi glutammatergiche e migliorative della funzione mitocondriale nell’ambito di malattie mentali note e gravi quali schizofrenia, depressione, autismo,  DOC e demenze, dove stress ossidativo, infiammazione, malfunzionamento mitocondriale e disregolazione dell’attività glutammatergica sembrano giocare un ruolo cruciale.

N-Acetil-Cisteina infatti è il precursore acetilato dell’amminoacido cisteina, amminoacido che possiamo sia sintetizzare nel nostro organismo e sia introdurre con l’alimentazione; esso entra nella costituzione del glutatione, una semplice ma importantissima molecola costituita solo da 3 amminoacidi: in realtà la cisteina è così benefica per il nostro organismo non direttamente ma in quanto in grado di rigenerare le riserve di glutatione. Sarà poi il glutatione a svolgere le suddette azioni antiossidante, antinfiammatoria, regolatrice della trasmissione glutammatergica e mitocondriale. Acetilcisteina è stata dunque testata nelle suddette patologie psichiatriche con risultati promettenti anche se non è stato ancora definito con precisione il dosaggio e la durata del trattamento. Negli studi clinici infatti, acetilcisteina è stata utilizzata più spesso a dosaggi alti, circa 3-4 volte quelli abitualmente utilizzati come mucolitico ma per periodi brevi, il più delle volte, anche forse troppo brevi come 7 giorni. Sembra invece, e il suo meccanismo d’azione ne dà giustificazione scientifica almeno teorica, che sia l’uso continuativo di acetilcisteina, protratto per diversi mesi, a promuovere un effetto protettivo sul neurone e migliorativo del suo trofismo. Certamente, NAC non ha l’incisività e la rapidità d’azione dello psicofarmaco che agisce direttamente sulla neurotrasmissione dando però un effetto solo sintomatico e spesso peggiorativo della salute del cervello; NAC (NAcetil-Cisteina) invece si colloca piuttosto tra gli integratori alimentari (o, per usare un parolone, tra i neuro-nutraceutici) che agiscono in modo delicato ma profondo, andando a migliorare e non a peggiorare la salute del tessuto cerebrale. Un integratore intelligente dunque che lungi dall’avere un effetto immediato potrebbe però configurarsi, al pari delle mini-dosi di Litio, come una sostanza senza effetti collaterali che alla lunga migliora il benessere di persone affette da patologie psichiatriche croniche.

Invito sempre e comunque ad evitare il fai da te: rivolgetevi sempre ad un medico prima di assumere acetilcisteina anche se la sua vendita non richiede ricetta medica.

Come bibliografia on line è interessante il breve articolo sull’uso del NAC nel DOC: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles…

Oppure per approfondire le proprietà del NAC nei disturbi psichiatrici è interessante l’articolo “The Potential of N-Acetyl-L-Cysteine (NAC) in the Treatment of Psychiatric Disorders” https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles…

A. Mercuri