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Gentili utenti,

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Angelo Mercuri

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Domande e Risposte

Rizen

Egregio dottor Mercuri, ho 66 anni e da circa dieci anni assumo, quasi regolarmente, il Rizen 10 mg compresse. Lo prendo solo la sera per una insonnia conseguente al lavoro notturno turnificato per parecchi anni ed una leggera forma di ansia generalizzata. Volendo smettere, ne ho parlato con il mio medico che mi ha prescritto Eutimil(paroxetina) 20 mg compresse. Non mi dilungo molto e le pongo due domande su cui, il mio medico, è stato evasivo nonché elusivo: non volendo sospendere di colpo il Rizen, sono circa sette giorni che, anziché 10 mg, ne prendo solo cinque, mezza compressa, non manifestando alcun disturbo e, nel contempo, assumo mezza compressa di Eutimil, quindi 10 mg, dopo pranzo. Avendo adattato, da solo, la posologia, vorrei sapere tempi e modi per ridurre ulteriormente, fino all’azzeramento del Rizen e se è opportuno aumentare la dose di Eutimil ed in che modo. La ringrazio per il tempo che vorrà dedicarmi e chiedo scusa per l’eventuale fastidio.

Cordiali saluti

Francesco

Venerdì 26 Gennaio 2018

Ansia generalizzata

Salve dottore, mi permetto di chiederle un consulto o meglio più una rassenerazione, ho 38 anni una vita felice e appagante ma da molti anni convivo con stati di ansia generalizzata, con i vari problemi che essa provoca, il mio specialista mi ha detto di prendere 14 di compressa di lorazepam al mattino e una alla sera x un breve periodo finché i sintomi svaniscono e visto che poi mi viene paura della paura. Io pero ho paura della dipendenza e dei problemi che posso avere una volta che termino. Spero in una sua delucidazione cordiali saluti

RISPOSTA

Gentile Lorena,

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io non La conosco e poi Lei mi ha scritto molto poco quindi è impossibile darLe una risposta. In generale, gli ansiolitici (il Tavor in questo caso) andrebbero presi per un tempo brevissimo oppure sporadicamente. In generale, senza entrare nel Suo caso specifico, io consiglio di ricercare le cause dell’ansia e di trovare metodi più naturali per fronteggiarla. Tuttavia, Le ripeto, non la conosco, quindi si appoggi al proprio medico curante.

A. Mercuri

Domenica 21 Gennaio 2018

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Dipendenza da EN e alcool

Salve sono Alessio un ragazzo di 31 anni e ormai da 10 anni prendo le gocce EN ininterrottamente (9 gocce la mattina e 9 la sera). Sono onesto per tutti questi anni quasi tutti i sabati ho sempre bevuto alcolici in quanto mi facevano stare bene e socializzare serenamente con gli altri… nonostante le gocce… Ora trovandomi in un periodo della mia a vita un pò complicato mi sento di essere ricascato in depressione e nemmeno più l’alcool riesce a farmi star bene, anzi ogni volta che tocco un goccio di birra o altro, il giorno dopo sto malissimo dal punto di vista dell’ansia e incapace di fare tutto. Casualmente mi sono ritrovato nel suo sito dove ho trovato delle situazioni di alcuni suoi pazienti IDENTICHE alla mia. Dopo averle lette credo che lei sia un OTTIMO specialista ed avendone conosciuto più di uno mi ispira un enorme fiducia. Io purtroppo sto vicino Roma e ho visto che invece lei si trova a Venezia. Peccato perchè mi sarei fatto dare una mano da lei. Le chiedo solo una cosa questi 10 anni di gocce EN in queste dosi, possono avermi portato a questa situazione di non poter più toccare alcolici? E riuscirò mai ad uscire da questa situazione di ansia e attacchi di panico che presentandosi ogni tanto inspiegabilmente limitano la mia vita? Grazie spero di non averle fatto perdere tempo leggendo questa e-mail grazie.

RISPOSTA

Buongiorno Alessio. E’ ovvio che non conoscendoLa posso solo darLe qualche indicazione generica.
Prendere una benzodiazepina per 10 anni (nonostante 9+9 sia un dosaggio basso) è sempre una sciocchezza. Le consiglio di smettere quanto prima però assai gradualmente. Tutto migliorera’: umore, ansia, sonno e bisogno di alcol.
E si tolga dalla testa il falso mito che le droghe come alcool, benzodiazepine o altro, ci facciano godere più intensamente le occasioni di festa come i sabati sera; essere sani e puliti da sostanze è la condizione migliore per essere attraenti, per divertirsi, per migliorarsi, per conoscersi: al sabato sera si prepari andando in palestra e non versandosi vino e gocce.
Mi dispiace di non poterLa aiutare più da vicino.
A. Mercuri

Venerdì 19 Gennaio 2018

Dipendenza Minias

gentile dott. Mercuri, le scrivo perchè il mio compagno, che ha problemi di timidezza nell’affrontare il suo problema, abusa di benzodiazepine almeno da due-tre anni, prendendo un centinaio di gocce di minias al giorno. E’ già stato da uno psichiatra ma non è servito a risolvere questo suo problema. C’è molta vergogna in lui e preoccupazione che la notizia diventi pubblica che lo blocca dall’agire per risolvere il problema. Lui è di Pistoia io sono di Siena. Può darci qualche indicazione su come potrebbe venire fuori dalla sua dipendenza? C’è la possibilità di venire ricoverati per affrontare sotto controllo la disintossicazione? Ha già contattato Verona ma gli hanno detto che non trattano casi con il suo dosaggio e lo hanno lasciato a sè stesso. I problemi fisici stanno cominciando a manifestarsi e non riesce a smettere perchè passerebbe notti insonni e non sarebbe in grado di andare a lavorare la mattina dopo. Mi scuso se sono io a scriverle ma in questo momento lui non riesce a fare altro che chiedere aiuto a me e io so di non poterlo aiutare, tranne nel trovare una situazione che lo possa aiutare veramente. Cordialmente

RISPOSTA

Buongiorno Francesca,
siamo distanti e non posso fare molto. In generale la disintossicazione in sede di ricovero non funziona. Bisogna smettere da soli, in modo lentissimo (1 gtt ogni tre giorni con varie soste anche di una settimana). Però ci vuole costanza e motivazione. Facendo così comunque il successo è assicurato. Purtroppo non vedendo la persona posso dare solo un consiglio standard e nulla dippiù. Bisogna vedere quali altri problemi psicologici ci sono e curarli in parallelo perchè chi diventa dipendente da benzodiazepine, generalmente, qualche disagio psicologico sottostante ce l’ha.
Cordiali saluti,
Angelo Mercuri

Venerdì 19 Gennaio 2018

Un giovane figlio dipendente da tranquillanti

Egr dott Ho visto il suo sito in internet ed ho potuto leggere le testimonianze dei suoi assistiti. Avrei bisogno del suo aiuto. Vivo a Monza vicino a Milano. Mio figlio di 27 anni soffre di una dipendenza da psicofarmaci. Il problema di fondo da sempre è il rapporto molto conflittuale con suo padre con il quale non è mai riuscito a parlare e che lo ha sempre un po vessato anche concedendogli tutto quello che lui chiedeva e mio figlio ne ha sempre avuto paura subendolo. Il problema si è accuito lo scorso anno quando il padre ha iniziato a pressarlo con insistenza per lo svolgimento di due tesi x i master che aveva concluso. Il ragazzo ha sentito la situazione talmente pesante da iniziate a prendere ansiolitici (tavor) per affrontare il padre. Ha dato le tesi con successo ma è caduto in un forte stato di ansia e pensavo depressione x un certo periodo. Non voleva più fare niente solo dormire non uscire e non cercare piu il lavoro che per un po non ha trovato. Il suo medico gli ha prescritto il pasaden x abbandonare il tavor e consigliato una psichiatra che gli ha prescritto ina cura di antidepressivi, mai fatta. Dopo alcuni mesi e il mio aiuto ha trovato il lavoro che gli piace molto, quello che voleva ed è tornato allegro e con voglia di fare ed apparentemente anche il rapporto col padre va un po meglio. Ma ormai prende il pasaden tutte le sere e dopo un anno è arrivato a prenderne da 2/3 e anche 5 pastiglie da 1 mg per dormire la sera. Non vuole il mio aiuto e asserisce che dovrà prenderlo tutta la vita perche ormai ne ha bisogno e non lo prende durante il giorno ma dice che a volte ne sentirebbe il bisogno. Per ora ha solo sbalzi di umore ed è un po aggressivo a volte ma sembra che il lavoro non ne risenta anche perchè non è in crescendo ma salta da 2 a 4 poi torna a 2 e cosi via. La prego mi dia un consiglio su come posso fare a convincerlo che si sta rovinando e se mi puó dare il nominativo di un suo omologo dalle mie parti che lo possa aiutare! Mi spiace di questo mio sfogo ma sono disperata e non so cosa fare. La ringrazio infinitamente in anticipo. Francesca

RISPOSTA

Gentile Francesca,
effettivamente il problema c’è perchè gli ansiolitici alla lunga sono dannosi. Suo figlio dovrebbe senz’altro smettere anche perchè non ha più alcun senso quella terapia. Deve comunque farlo molto gradualmente, passando alla formulazione in gocce, e togliendo non più di una goccia ogni tre giorni. Se riesce così, meglio; sennò, la terapia antidepressiva da affiancare durante la disassuefazione può essere necessaria, ma solo come seconda opzione in quanto anche gli antidepressivi danno forte dipendenza e hanno effetti collaterali.
Queste sono solo regole standard, regole generali; non posso andare nello specifico di Suo figlio perchè non lo conosco.
Tenga tuttavia presente che la prima cosa è la convinzione del ragazzo di smettere l’assunzione dell’ansiolitico ma se lui non sente il problema è impossibile che smetta; la questione pertanto si sposta sulla domanda:”Come convincerlo che alla lunga si danneggerà?”.
Sinceramente non saprei fornirle un nominativo per la sua zona: il problema degli ansiolitici, pur essendo una piaga a livello mondiale, è ancora poco riconosciuto, anche dai medici, perchè ancora forte è l’errata convinzione che “essendo farmaci, tanto male non possono fare se assunti a dosi terapeutiche”.
Se vuole proporre a Suo figlio una lettura in merito per provare a sensibilizzarlo, trova un mio manualetto in internet: “Tranquillanti, come liberarsene”.
Cordiali Saluti,
A. M.

Mercoledì 13 Dicembre 2017

Gioco d’azzardo patologico

Egr. dr. Mercuri,
Mi rivolgo a lei, la cui attività ho potuto conoscere solo attraverso il suo sito internet, per chiedere una consulenza e un aiuto.
Sulla sua pagina ho letto con molta attenzione i suoi articoli e le risposte inerenti il problema del gioco d’azzardo patologico (mi ha particolarmente colpito il caso clinico del paziente “Alvise”, ma non solo).
Da anni, circa 7 ormai, una persona a me molto vicina ne soffre, in un’altalena di fasi più acute o più lievi, ma in una spirale che ha ormai paralizzato la sua vita di 33enne di belle speranze e dalle molte possibilità, ahimè disgraziatamente compromesse.
Il mio familiare ha seguito, negli anni, due percorsi di psicoterapia, uno presso un SERT e l’altro presso un professionista privato, ma il problema persiste e la spirale di bugie, realtà parallele, crisi, paralisi (ancorché mascherate da una superficie di “normalità”) non si risolve.
Io credo, da profana in materia quale sono, che in realtà ci sia un problema di forte depressione alla base, un problema di mancanza totale di autostima che viene da una storia di malattia infantile (il diabete), di insuccesso scolastico, di abbandono degli studi, di difficoltà a trovare un posto adeguato nel modo del lavoro (per un certo periodo, il mio familiare usciva di casa per andare al lavoro e, arrivato in fondo alla strada, rientrava in casa incapace di agire). Io credo che la depressione sia la causa dei comportamenti autodistruttivi che questa persona mette in atto (non-investimento su sè, menzogna, svalutazione) dei quali il gioco credo sia solo l’espressione più grave ed evidente.
Questo stato depressivo non è mai stato affrontato e curato, ci si è concentrati sul fenomeno gioco, sul controllo del denaro; mentre dalla lettura dei suoi articoli mi sembra di apprendere che la via migliore per affrontare il GAP sia quella di trattare congiuntamente questi aspetti della patologia, anche con il ricorso eventuale a farmaci.
Mi rivolgo dunque a lei per chiederle, per quanto sia possibile farlo tramite un’e-mail, quale sia l’approccio migliore da seguire, e se lei opera anche in contesti più facilmente raggiungibili per noi, che abitiamo in provincia di Piacenza, in quanto temo che la distanza che separa le nostre città sia un ostacolo alla costruzione di un percorso continuativo di terapia; nel caso, mi permetto di chiedere se può indirizzarci a professionisti che condividano il suo approccio e possano seguirci.
Non sarà facile “convincere” questa persona a farsi aiutare: so bene che non funzionano le misure coercitive nè le minacce, e so che farò molta fatica a trovare le modalità per affrontare il discorso, così delicato e importante.
La ringrazio fin da ora per il tempo e l’attenzione che vorrà dedicarmi,
La saluto cordialmente,
Anna

RISPOSTA

Buonasera Anna.
Spesso chi gioca d’azzardo – così come chi guarda compulsivamente pornografia, va a prostitute o assume sostanze stimolanti – cerca un appagamento facile e intenso perchè ha perso la capacità di assaporare i piaceri normali della vita, più delicati ma più profondi e prolungati.
E’ difficile curare tali persone perchè custodiscono e difendono il loro vizio, in quanto unica fonte di gioia rimasta, sebbene sia gioia effimera e meschina.
Dovrebbe scattare il senso di moralità, di responsabilità e di altruismo nei confronti di chi vive loro accanto e vuole loro bene, ma purtroppo, a parte alcuni casi rari di giocatori “compulsivi”- sofferenti per la loro condizione e alla ricerca di aiuto- tra i giocatori comuni, che sono la maggioranza, quelli noti a tutti e definiti “impulsivi”, non ne ho ancora conosciuto uno dotato di forte moralità, responsabilità, altruismo e dall’affettività ricca: queste cose non le “sentono”.
Chi gioca d’azzardo ha quasi invariabilmente una personalità tendenzialmente egoista e ipoaffettiva; anche se oggigiorno si creano ad arte sempre nuove malattie psichiatriche (perchè questo alimenta il mercato degli psicofarmaci e della psichiatria) la realtà è che il gioco d’azzardo non è una malattia a sé come fosse morbillo, varicella, o artrosi (malattie, queste, a sé stanti e indipendenti l’una dall’altra): il gioco d’azzardo è solo una delle tante manifestazioni di una personalità anomala che in tempi non sospetti di profitto economico americaneggiante, veniva definita personalità psicopatica o sociopatica.
Sia chiaro che non colpevolizzo il giocatore d’azzardo: egli è così e non né ha colpa, diverso non riesce ad essere. Ma è così.
Cordiali saluti,
Angelo Mercuri

Domenica 10 Dicembre 2017

Uso cronico di BDZ

Salve dottore mi chiamo elena e ho 48 anni.per 25 anni ho fatto uso dello xanax sviluppando cosi una forte dipendenza.da 3 anni ho iniziato a scalare le dosi ma solo 3 mesi fa ho deciso di farmi ricoverare per disintossicarmi.dimettendomi mi hanno prescritto la liryca da 75 mg 3 volte al di e il seroquel da prendere prima di andare a dormire la sera da 50 mg perché prendo 2 compresse da 25 mg.dell’antidepressivo ne sto facendo a meno.premetto che ho iniziato a prendere lo xanax per una leggera ansia.da quando sono uscita dall’ospedale 3 mesi fa ho disturbi che non mi permettono ancoea una vita nornale.ho paura dei coltelli paura di impazzire e paura paura di tutto.poco alla volta superando le paure sto riprendendo in mano la mia vita.mi chiedevo se questa fase sia normale perché mi spavento molto quando ho paura di impazzire..mi chiedevo se questi disturbi possano essere dovuti dalle medicine che assumo da quando sono uscita dall’ospedale o è una fase normale della disintossicazione.in attesa di una sua gentile risposta la saluto.elena

RISPOSTA

Buongiorno Elena.

Quando si assumono Benzodiazepine fin da giovani e per 25 anni tutto lo sviluppo della personalità ne risulta turbato:

durante l’assunzione non si è mai “se stessi” e non si impara mai a conoscersi. Così ora Lei si risveglierà un pò alla volta e imparerà a conoscersi, a gestirsi e a trovare un equilibrio.

Generalmente, allo smettere dell’assunzione cronica e dopo un periodo di assestamento, si diventa molto migliori.

A. Mercuri

Mercoledì 18 Ottobre 2017

Gioco d’azzardo

Gentile dott. Mercuri mi chiamo Francesco, ho 45 anni e da quando ne avevo 30 ho un grosso problema cronico col gioco d’azzardo. Gioco presso le Agenzie ippiche o al Casinò (roulette) e ora anche tramite internet. Ho già perso molti soldi, la stima e l’affetto dei familiari, mi sono ridicolizzato con gli amici ma tuttavia passo periodi di astinenza e periodi di gioco rovinosi e incontrollabili. Per ora non ho trovato beneficio nè dai farmaci, nè da una lunga terapia psicodinamica. Ho sentito che la psicoterapia cognitivo-comportamentale di cui lei si occupa è considerata scientificamente utile per il mio problema e vorrei gentilmente sapere in cosa consiste. Grazie.

RISPOSTA

Gentile Francesco grazie per avermi dato la possibilità di toccare l’argomento del gioco d’azzardo che sembra attualmente assumere la rilevanza di un problema sociale.

Il modello cognitivo –comportamentale vede nel gioco d’azzardo patologico un processo di rinforzo che viene somministrato secondo uno schema intermittente non prevedibile da parte del soggetto dove le sporadiche vincite agirebbero da potente determinante nell’acquisizione del comportamento maladattivo poichè rappresentano un rinforzo somministrato occasionalmente; i comportamenti acquisiti secondo tali schemi di rinforzo sono molto difficili da estinguere. Una volta acquisito il comportamento di GAP, il suo mantenimento sarebbe promosso sempre attraverso meccanismi di rinforzo: il soggetto è condizionato a mettere in atto il comportamento disfunzionale di fronte a determinati stimoli quali noia, disforia, ansia, depressione utilizzandolo come una’automedicazione’ non diversamente da ciò che accade nella condizione di dipendenza da sostanze psicotrope. Nel mantenimento del comportamento patologico un ruolo centrale sarebbe svolto inoltre dalla presenza di distorsioni cognitive circa la nozione di casualità che vede i giocatori abbandonarsi ad un pensiero di tipo magico-arcaico; infatti essi, pur essendo consapevoli dell’irrazionalità della loro credenza ‘sentono’ di poter influenzare in qualche modo il risultato del gioco. Una seconda importante distorsione cognitiva riguarda la tendenza a sovrastimare la possibilità e l’entità delle vincite e sottostimare l’eventualità e l’entità delle perdite. Il trattamento cognitivo –comportamentale si propone innanzitutto di eliminare gli stimoli condizionanti il gioco quali la frequentazione di locali dedicati, la lettura delle pagine sportive dei quotidiani e l’avere a disposizione grosse somme di denaro; anche il tempo libero andrà preventivamente organizzato escludendone il gioco d’azzardo. Ancora, servirà aiutare il paziente a delineare schemi realistici di intervento per ripagare i debiti contratti in modo da evitare l’innesco del noto processo di ‘rincorsa delle perdite’ nel quale il giocatore riutilizza proprio la modalità disfunzionale di gioco d’azzardo nel tentativo di ‘rifarsi’ e di colmare i debiti contratti. Sarà inoltre opportuno aiutarlo a trovare metodi diversi dal gioco per alleviare stati d’animo negativi ed a crearsi un repertorio di attività piacevoli ed eccitanti da svolgere in alternativa al gioco.

Mercoledì 23 Maggio 2012

Forma ossessivo-compulsiva

Ho 32 annni e da qualche mese assumo 100mg al giorno di sertralina per una forma ossessivo-compulsiva di cui soffro da quando ero piccola. Purtroppo nella mia famiglia ci sono diversi casi di questa patologia e il mio medico mi ha detto che è in parte ereditaria. Per tutti questi anni ho sempre rifiutato una terapia farmacologica ma nell’ultimo anno i sintomi si sono aggravati costringendomi a ricorrere ad una terapia medica. Quello che vorrei sapere è se esiste una alternativa agli psicofarmaci e in che cosa consiste la terapia di tipo cognitivo comportamentale del disturbo ossessivo compulsivo. Grazie.

RISPOSTA

Gentile Maria, nella psicoterapia cognitivo-comportamentale del disturbo ossessivo compulsivo (D.O.C.) lo psicoterapeuta allena il paziente ad esporsi alle situazioni o ai pensieri che abitualmente innescano in lui i rituali compulsivi invitandolo a ritardarne il più possibile l’attuazione fino ad arrivare all’estinzione dei rituali stessi. Parallelamente il lavoro si svolge sul piano cognitivo: verrà invitata a “sorvegliare” i suoi stessi pensieri per correggere ciò che in essi vi è di patologico e di irrazionale al fine di togliere ad essi la carica ansiogena che fa da innesco ai rituali coatti.
Attualmente si tende ad integrare la farmacoterapia alla psicoterapia (di quella cognitivo comportamentale ne è ben documentata l’efficacia). Generalmente nel DOC conclamato si comincia con un antidepressivo serotoninergico (tipo quello che lei stà assumendo) per attenuare la sintomatologia più acuta; dopo qualche mese si comincia la vera e propria psicoterapia. Quando il terapeuta avrà stabilito che lei è in grado di padroneggiare i sintomi DOC potrà sospendere gradualmente (almeno 2-3 mesi a scalare) la terapia farmacologica e continuerà la psicoterapia fino al consolidamento dei risultati. A questo punto le sedute potranno essere diradate rimanendo comunque sempre in contatto col tarapeuta al fine di svelare precocemente eventuali sintomi di recidiva.

Domenica 11 Marzo 2012

Ossessività

Gent. dott. Mercuri sono uno studente universitario di 28 anni.Ho cominciato a manifestare i primi sintomi di ossessività verso i 9-10 anni sotto forma di idee intrusive e persistenti ma senza rituali; questi ultimi sono comparsi negli anni successivi compromettendo la mia carriera scolastica, influendo sulla mia vita sociale ed affettiva. Da due anni circa ho cominciato a provare ansia e irrequietezza e diminuzione degli interessi. Certe giornate mi sveglio e vorrei che fosse già sera per chiudere la giornata. Da 4 anni circa sono in cura da una psicoterapeuta: mi ha sicuramente aiutato a far luce e a rievocare e riordinare la mia vita passata ma senza miglioramento della sintomatologia che anzi mi sembra aggravarsi. Non ho mai preso psicofarmaci. Vorrei sapere in cosa consistono e su quali basi si fondano le tecniche cogn. comportamentali di cui ultimamente ho sentito spesso parlare positivamente. Grazie

RISPOSTA

Caro Marco grazie innanzitutto per avermi scritto.
La depressione con ansia di cui mi parli, nota come disforia, è una frequente complicanza del DOC ed è dovuta al cronico senso di impotenza di fronte alla autocorrezione del proprio disturbo. A ciò vanno aggiunti anche i ripetuti insuccessi di cui tu stesso mi parli. Spesso la disforia alimenta il DOC creandosi così un circolo vizioso. Per quanto rigurda le basi teoriche su cui si fonda la terapia del DOC non posso risponderti diffusamente in questa sezione del sito ma ti risponderò privatamente via e-mail dandoti anche qualche consiglio bibliografico.
Comunque, il cardine della terapia comportamentale del DOC si basa sulla tecnica di abbinamento dell’esposizione (di solito graduale) alla situazione o pensiero temuti con la prevenzione della risposta compulsiva che solitamente ne consegue per neutralizzare l’ansia. La prevenzione della risposta può essere effettuata anche dilazionando nel tempo la messa in atto del rituale qualora il paziente non tollerasse l’ansia dovuta all’improvviso e totale impedimento. Questa tecnica si basa sulla natura stessa delle compulsioni che dando al soggeto un momentaneo sollievo all’ansia ne divengono una forma di ‘automedicazione’ radicandosi sempre più nel comportamento dell’individuo in un circuito a retroazione positiva. La forzata astinenza dai rituali coatti (pur aumentando temporaneamente l’ansia) ne provoca l’estinzione venendo a mancare il rinforzo comportamentale positivo che li alimenta. Il soggetto ne “apprenderà” l’inutilità.
Sul versante cognitivo si lavora invece sull’elaborazione di un vissuto più sereno delle intrusioni mentali presenti nel soggetto cercando di coreggere (ristrutturazione cognitiva) i 6 punti cruciali di distorsione cognitiva che accompanano le ossessioni e cioè:

sovradimensionamento della responsabilità personale
eccessiva concretezza data ai pensieri
sensazione di discontrollo mentale dovuta all’intrusività dei pensieri ossessivi
visione catastrofica delle conseguenze di un pensiero o situazione temuti
intolleranza della natura probabilistica della nostra vita
perfezionismo.

Tieni presente che può esssere necessario rompere il circolo vizioso disforia-ossessività anche con l’aiuto di un trattamento farmacologico che non dovresti rifiutare per principio.

Domenica 11 Marzo 2012

Ansiolitici

Buongiorno, mi chiamo Alessandra, ho 35 anni e insegno Lettere in un Liceo. Da circa dieci anni combatto contro una dipendenza da ansiolitici ( tavor, valium, lexotan) da cui non riesco a liberarmi perchè ogni volta che cerco di smettere mi compare un insopportabile stato ansioso-depressivo che si attenua solo riassumendo la dose consueta.

Nemmeno una terapia psichiatrica con un antidepressivo protratta per un anno mi ha dato giovamento perchè nonostante l’umore fosse migliorato, non sono ugualmente riuscita a smettere.

Mi accorgo che dopo dieci anni di assunzione dei suddetti ansiolitici, il mio umore , il sonno, la memoria e le relazioni sociali si sono deteriorati.

Volevo chiederLe un consiglio. Grazie.

RISPOSTA

Gentile Alessandra, ti premetto che dai pochi dati a disposizione non posso darti un consiglio specifico per il tuo caso. In generale comunque la dipendenza da ansiolitici (benzodiazepine) quando è di vecchia data come nel tuo caso non è facile da eliminare. La regola fondamentale per disabituarsi alle benzodiazepine è tuttavia la diminuzione lenta del dosaggio. E’ indispensabile pertanto passare alla formulazione in gocce del farmaco e poi toglierne una goccia al giorno o anche ogni due, tre giorni; sta a te stabilire la cadenza giusta. Se parti da un dosaggio ad esempio di 90 gtt al giorno non devi scoraggiarti pensando che potresti metterci anche un anno ad eliminarle completamente. Ma ne vale la pena. Talvolta per accelerare la disassuefazione si usa associare l’acido valproico che funziona da sostituto delle benzodiazepine ( senza però dare dipendenza) con un antidepressivo. Ti ripeto comunque che le mie sono solo informazioni generiche e ti esorto a farti seguire da uno specialista che esaminerà il tuo caso. Se vuoi notizie più dettagliate su dipendenza e disassuefazione da benzodiazepine, vai alla sezione “dipendenze patologiche” che trovi entrando nella rubrica ATTIVITA’ della home page.(A. M.)