Psicofarmaci

(Tratto dal mio libro “Quarant’anni di riflessioni”)

Io non voglio demonizzare o denigrare gli psicofarmaci: per alcune malattie mentali gravi -incipienti o in fase acuta- essi sono un toccasana. Quello che biasimo è la facilità e la leggerezza con cui spesso vengono prescritti. Ma cosa può spingere un medico a sottovalutare i rischi di una prescrizione inutile? Io ipotizzo le seguenti motivazioni:

-il medico ha scarsa consapevolezza della loro pericolosità

Egli prescrive con irresponsabile leggerezza alcuni psicofarmaci, solitamente ansiolitici o antidepressivi, per accontentare i pazienti che li richiedono o per accattivarsi la loro stima con cure rapide ed incisive.

-il medico si cautela di fronte a possibili sequele medico-legali

La medicina difensiva è un problema che riguarda tutta la medicina; come vengono prescritte montagne di antibiotici e analisi clinico-strumentali inutili – quindi dannose per pazienti e comunità – solo al fine di cautelarsi sul piano medico-legale, così e peggio avviene con gli psicofarmaci. Per curare bene invece è opportuno usare – quando ritenuto utile al paziente e senza timore di sequele giudiziarie – il proprio intuito clinico, l’onesta strategia della vigile attesa o approcci non farmacologici. Alimentata dall’odierna mentalità scientista, dalla pubblicità ottimistica delle case farmaceutiche e dal ricco mercato delle controversie medico-legali, è invalsa tra la gente la convinzione che la medicina possa tutto quindi se una malattia, per motivi incontrollabili, prende il sopravvento sulle cure, forti sospetti di imperizia, imprudenza o negligenza già si concentrano sul medico. Figuriamoci se si scopre poi che stava onestamente adottando una strategia di vigile attesa! In psichiatria è ancor peggio perché le malattie mentali sono meno conosciute e più imprevedibili di quelle fisiche quindi un paziente su mille che sembrava tranquillo può imprevedibilmente suicidarsi.

“Ma lo stavano curando”? “No”!!!

“Che scandalo, lo psichiatra se ne fregava: lo osservava, lo ascoltava e gli parlava ma…nessuna medicina, il furfante”. “Condanniamolo”!

Ecco, in tale contesto è ovvio che l’istinto di conservazione porta il medico a prescrivere, quasi di routine, l’antidepressivo a chiunque dica di sentirsi un po’ giù, magari associato ad un antipsicotico a basso dosaggio come filtro perché, non si sa mai, che non ci siano viraggi maniacali.

Identificare la cura con lo psicofarmaco rovina la psichiatria e i suoi pazienti sostituendosi all’antico, saggio e onesto “primum non nocere”; questo stato di cose, insieme all’esasperato individualismo occidentale, porta l’opinione pubblica a scandalizzarsi di fronte al singolo, raro, imprevedibile caso di suicidio (in cui si provava con onestà a risparmiare al paziente il fardello degli psicofarmaci) ma ad essere assurdamente indulgente di fronte a migliaia di persone sane vittime di cure psichiatriche inutili dovute ad una psichiatria di difesa.

In psichiatria non ci sono sufficienti basi scientifiche per dimostrare che una terapia è sbagliata o inutile (e quindi dannosa) mentre, se un paziente imprevedibilmente combina qualcosa, sono solide quelle medico legali per colpevolizzare lo psichiatra onesto e coraggioso che usava gli psicofarmaci con parsimonia cercando di evitare ai pazienti dolorose psicopatologie iatrogene.

In tale clima, è forte la tentazione del medico, di fronte ad un caso anche solo vagamente psichiatrico, di prescrivere “almeno qualcosa” perché “non si sa mai” anche quando in scienza e coscienza avrebbe preferito non turbare l’equilibrio biochimico cerebrale del paziente creando inutilmente un nuovo psicofarmaco-dipendente, con esiti imprevedibili.

Penso che i danni da psicofarmaci inutili siano diffusissimi ed enormi con l’aggravante di coinvolgere spesso giovani persone sane che vanno alla deriva e si ammalano mentalmente a causa di prescrizioni superflue.

Va notato che l’opinione pubblica è spesso ingannata dalla distanza temporale e dal rapporto causa effetto indimostrabile tra la prescrizione di uno psicofarmaco e gli eventuali danni da esso provocati.

-Il medico vuole calmare un paziente sofferente che assilla

qui non serve commento.

-Il medico vuole risparmiare tempo e fatica ‘curando’ i pazienti con le pillole

Gli psicofarmaci danno la possibilità ad alcuni psichiatri di metterci poco a guadagnare cento euro mescolando e dosando le solite quattro molecole e salutando poi cordialmente il paziente; entrare invece nel suo mondo ad aiutarlo offrendogli strategie durature e non tossiche per vivere meglio richiede molto più tempo e fatica.

-psichiatri che hanno sbagliato mestiere: positivisti e scientisti, frustrati, ottusi, fragili

Alcuni psichiatri molto pericolosi sono sinceramente convinti che gli psicofarmaci siano l’unico strumento efficace per il disagio psichico; studiano con passione la psicofarmacologia perché, essendo essa una scienza, la ritengono l’unica verità terapeutica.

Altri, si accaniscono coi farmaci per una reazione di difesa dalla cronica frustrazione di non vedere mai nel loro operato risultati sicuri e riproducibili da cui il vano tentativo riduzionistico di trasformare la psichiatria in una scienza esatta.

Così lo psichiatra Vittorino Andreoli:

Bisogna avere una grande modestia per fare lo psichiatra, tanti dubbi. Non volersi imporre, ma mettersi in gioco, senza autoritarismi. Per fare lo psichiatra devi sapere che puoi stare con il malato tutta la vita senza avere, nemmeno per un attimo, la sensazione di averlo migliorato. Sopportare le frustrazioni e le mancate gratificazioni come nessun altro. (1)

Oltre agli psichiatri frustati ci sono quelli che non apprezzano o non capiscono il valore della “psicodiversità” umana quindi odiano e colpiscono l’originalità di comportamenti e idee con proiettili chimici scambiandola per dannosa malattia.

Tra gli “psichiatri che hanno sbagliato mestiere” troviamo anche coloro che temono la follia forse perché la sentono latente dentro di sé quindi la combattono come si combatte un pericoloso nemico.

Il medico prosegue in modo inerziale una terapia già impostata in precedenza da altri colleghi senza rivalutare il paziente.

Questo può succedere per semplice, rassegnata indolenza oppure perché, modificando tipo o dose di uno psicofarmaco nascerebbero fastidiosi problemini e responsabilità di cui non ci si vuole far carico.

I sei motivi su elencati portano ad una tendenza molto diffusa, quella di ‘curare’ coi farmaci anche disturbi mentali che non sono malattie ma solo reazioni di rifiuto e difesa contro un ambiente e uno stile di vita ormai troppo distanti da quelli che hanno plasmato l’essere umano per migliaia d’anni.

A questo proposito, Konrad Lorenz:

Noi pensiamo, con Erich Fromm, che soltanto un individuo del tutto deviante possa evitare i gravi disturbi psichici provocati dalle costrizioni che la civiltà moderna impone alla vita.(2)

Prima di iniziare un paziente agli psicofarmaci il medico deve valutare attentamente tutte le altre opzioni terapeutiche riservando ad essi l’ultimo posto: un individuo pulito da droghe e psicofarmaci, sebbene psichicamente malato, ha, alla lunga, una capacità di conoscersi, adattarsi e organizzarsi migliore di chi perturba la propria mente con sostanze psicotrope che lo trasformano in un acrobata costretto a mantenersi in equilibrio tra emivite e livelli plasmatici.

Gli psicofarmaci sono pericolosi perché la reazione ad essi è in larga parte individuale e imprevedibile come imprevedibili sono le conseguenze di una loro assunzione cronica ed estremamente variabili i sintomi cui si va incontro quando si decide di sospenderli.

Va inoltre capito che le ricerche in psichiatria biologica vengono finanziate dalle case farmaceutiche: come non intuire che esse hanno tutto l’interesse per studiare e divulgare gli effetti benefici dei loro prodotti ma non quelli dannosi?

Gli psicofarmaci solitamente funzionano nell’immediato ma quello che non si verifica è cosa succede a lungo termine. Prendiamo ad esempio gli ansiolitici: nei primi giorni di assunzione danno un immediato sollievo all’ansia ma dopo qualche settimana di uso continuativo il loro effetto scema fino ad annullarsi per lasciar posto a difetti di memoria e ad un alternarsi continuo di ansia, depressione ed euforia inadeguata.

La fortuna delle case farmaceutiche è da ricercarsi nella miopia dell’uomo che vuole soluzioni facili ed immediate e nella natura della psichiatria, la meno scientifica tra le branche della medicina dove non è facile smentire affermazioni mendaci ed accattivanti: chi produce psicofarmaci gioca sulla complessità della psichiatria e quindi sulla quasi impossibilità di capire se un fallimento di vita, un comportamento deleterio o un suicidio siano da attribuire alla malattia mentale sottostante o allo psicofarmaco assunto.

Vittorino Andreoli: ” Il ‘successo’ dei farmaci, si lega anche al grande potere dell’industria farmaceutica. E’ curioso constatare che oggi il settore strategico di tutte le grandi industrie farmaceutiche viene garantito dalla psichiatria, e ciò accade perché la psichiatria è la meno strutturata tra le discipline ed è quindi più facile far passare per verità semplici slogan […] Come si può credere a una ricerca sostenuta da una casa farmaceutica, il cui interesse evidente sta nell’investire in operazioni che producono un utile?”(3)

Il beneficio iniziale di uno psicofarmaco può essere dovuto all’effetto placebo, all’effetto novità oppure semplicemente, agendo esso sui neurotrasmettitori, alla sua effettiva capacità di mutare lo scenario mentale del paziente. Egli scambia le nuove sensazioni chimicamente indotte per l’inizio della guarigione mentre non è detto che il nuovo, instabile stato mentale sarà migliore di quello proposto dalla malattia.

Per concludere, sono solo negativi gli effetti degli psicofarmaci?

Assolutamente no.

Ma allora quando è giustificata l’assunzione di uno psicofarmaco?

Io penso che sia giustificata come rimedio temporaneo nelle fasi acute di certe malattie mentali, ove non ci sia altra possibilità di lenire la sofferenza psichica di un paziente o di correggerne un comportamento pericoloso per se e per gli altri; talvolta, anche in assenza di malattia mentale, è comunque giustificata una terapia sintomatica per fronteggiare il dolore di un lutto improvviso, interrompere un prolungato periodo di insonnia o stemperare uno stato d’ansia così intenso da risultare paralizzante.

Gli psicofarmaci, come dicevo all’inizio del paragrafo, possono essere un vero toccasana se usati in modo appropriato: liberano i malati da angosce, visioni e deliri spaventosi o pericolosi per se e per gli altri. Avendo inoltre potenzialità curative, composizione e dosaggio sicuri e dando una dipendenza superabile, non sono assimilabili alle droghe.

Lo psicofarmaco giusto, nelle dosi giuste e nella situazione giusta dà quindi un miglioramento reale delle condizioni psichiche di un paziente però si deve capire che tale miglioramento non dura a lungo: negli organismi viventi le perturbazioni chimiche tendono ad essere annullate come ci hanno insegnato a fine ‘800 il chimico Henri Luis Le Chatelier ed il fisiologo Claude Bernard.

Il senso di uno psicofarmaco è dunque quello di consentire il superamento di una breve crisi pericolosa o penosa approfittando del periodo di benessere chimicamente indotto per costruire qualcosa di nuovo cambiando uno stile di vita sbagliato e gettando le basi per una maggiore solidità che ci consenta di non essere spazzati via dalla malattia che per forza tende a ripresentarsi sia interrompendo che proseguendo l’assunzione del farmaco.

Ritengo infine che solo un’esigua percentuale di psichiatri e di altri medici commetta gli errori di prescrizione da me annotati. Purtroppo però ne bastano pochi per produrre danni enormi: se mi sono concentrato su costoro è solo perché vorrei che si riuscisse ad istituire una supervisione più severa del loro operato.

Note

(1). V. Andreoli, I miei matti, Rizzoli, Milano 2004, p. 258.

(2). K. Lorenz, Il declino dell’uomo, tr. It. Mondadori, Milano 1991, p. 172.

(3). V. Andreoli, I miei matti, cit., pp. 254, 255.