Sessualità femminile e antidepressivi

La sessualità è una funzione umana estremamente delicata e, soprattutto nella donna, risente negativamente di un organismo che non funziona in modo ottimale: questo perché, sebbene noi umani ci dedichiamo al sesso prevalentemente per il piacere che dà, per la Natura dietro ad ogni rapporto sessuale segue potenzialmente la procreazione: è chiaro quindi che, dato il noto impegno mentale e fisico che un bambino comporta, la Natura fa si che che chi non ha sufficiente salute generale per seguire adeguatamente una futura eventuale prole, eviti momentaneamente di procreare.

Questo vale sia per l’uomo (deve provvedere al sostentamento materiale della donna e del piccolo figlio per un certo periodo) che, molto di più, per la donna (deve affrontare una lunga gravidanza e poi seguire il figlio neonato con la nota fatica che questo comporta).

Per quanto riguarda la donna, va aggiunto che: 1) il suo ruolo nella gestazione e nell’accudimento della prole è, rispetto a quello del maschio, insostituibile 2) la gravidanza di per sé impegna fortemente il fisico della donna e, soprattutto per ragioni ormonali, tende a provocare un abbassamento del tono dell’umore.
Parlando quindi di depressione in relazione alla delicatissima sessualità femminile, dobbiamo capire che, se una donna è depressa o anche semplicemente “avvilita”, il suo desiderio di sesso momentaneamente si affievolisce (fino a spegnersi nelle depressioni gravi) per le profonde ragioni prudenziali che la Natura impone.
Sappiamo poi che anche gli antidepressivi (e prevalentemente quelli serotoninergici puri) hanno un impatto negativo sulla sessualità (sia nel maschio che nella femmina), principalmente per la loro caratteristica di innalzare il livello di serotonina e di creare uno squilibrio biochimico sia a livello cerebrale (attenuazione del desiderio e scarsa soddisfazione) che a livello d’organo (inibizione dell’eccitamento e disturbi dell’orgasmo); se una donna non depressa quindi assume un antidepressivo, la sua sessualità ne risulta compromessa per banali ragioni di serotonina.
Se invece l’antidepressivo lo assume con successo una donna con una vera depressione e la libido spenta, può capitare che la sua voglia di sesso riprenda quota nonostante il farmaco, di per sè, dovrebbe ulteriormente compromettere la sua sessualità; evidentemente, l’aumento di libido legata alla risalita dell’umore è tale da sopravanzare gli effetti inibitori del farmaco e il risultato netto per la suddetta donna è questo: l’antidepressivo le ha migliorato la sessualità.
Riassumendo, gli antidepressivi rovinano la sessualita’ quando vengono assunti per depressioni lievi o medie oppure per condizioni quali ansia, insonnia, fobie, forme ossessive, disturbi di panico; tutte condizioni le suddette, che non interferiscono particolarmente con la vita sessuale: allora sì che una persona si accorge dei disturbi da eccesso di serotonina che il nuovo farmaco comporta, perché prima funzionava normalmente o quasi mentre certamente ora che assume il farmaco la sua soddisfazione sessuale cala visibilmente.

Nella depressione maggiore invece, la libido va praticamente a zero nel contesto di una generale incapacità di provare piacere ed ecco allora che, in modo apparentemente paradossale, l’antidepressivo efficace  migliora la libido.
Gli antidepressivi dovrebbero essere usati solo ed esclusivamente per le depressioni molto gravi dove allora danno solo vantaggi ma oggi purtroppo vengono il più delle volte utilizzati impropriamente anche per depressioni situazionali lievi o medie, o per le su citate condizioni quali ansia, insonnia, ossessività, fobie, condizioni nelle quali gli antidepressivi possono dare anche un sollievo iniziale, spesso seguito però da dipendenza e altri problemi aggiuntivi che prima della cura non c’erano.

Fatta questa lunga premessa, cosa può fare una donna che assume antidepressivi e nota un calo di interesse per il sesso?
In generale, le fasi della sessualità che nelle donne sono più compromesse dagli antidepressivi sono il desiderio (dimensione psichica), e l’eccitabilità (dimensione fisica), mentre l’orgasmo non ne risulta molto compromesso.

Innanzitutto, se l’antidepressivo non è molto efficace, si può provare a cambiarlo dando la preferenza alle molecole che abbiano non solo una componente serotoninergica ma anche noradrenergica (duloxetina, clomipramina, amitriptilina, nortriptilina, ecc); questo perché nella donna, desiderio ed eccitamento dipendono molto dall’attivazione noradrenergica. Anche nella scelta iniziale di una molecola antidepressiva, andrebbe tenuto presente che i serotoninergici puri tipo citalopram, escitalopram, venlafaxina  a basso dosaggio, sertralina, paroxetina oltre a dare assuefazione più rapidamente, danno maggiori problemi sessuali e di appiattimento emotivo.
Altra possibilità, non volendo cambiare molecola, è di affiancare  Trittico (trazodone) a rilascio prolungato la sera, ad un dosaggio fino a circa 100 mg e non oltre. (vedi:  Trittico, un farmaco con molte qualità; Trittico (Trazodone)Per dormire: Benzodiazepine o Trittico?
Ancora, altre strategie sono:

  • Una ginnastica impegnativa (ma non troppo) sul piano muscolare e cardiovascolare che duri almeno 30 minuti e possibilmente poco prima del rapporto: da notare che la ginnastica è un potente stimolante adrenergico naturale, proprio ciò di cui prima parlavamo: il calo di tono adrenergico è particolarmente evidente nelle depressioni apatiche o nel caso di utilizzo di serotoninergici puri e comporta, oltre che un basso tono dell’umore, anche un calo di desiderio e di eccitamento sessuali
  • Svolgere attività sessuale alla maggior distanza possibile dall’ultima somministrazione di antidepressivo (di solito è al mattino, prima di prendere il farmaco)
  • Dedicarsi all’attività sessuale almeno tre volte a settimana; si crea così un circolo virtuoso di miglioramento della soddisfazione sessuale per aumento del desiderio e della libido
  • Agopuntura da eseguire secondo protocolli convalidati per questo scopo
  • Fitoterapia:
    Zafferano (Crocus sativus), 30 mg al giorno: non è una droga ad effetto immediato ma un principio attivo           fitoterapico che richiede circa 4 settimane per agire positivamente sulla sessualità femminile
    Radice di Maca (Lepidium meyenii) 3.0 g al giorno per almeno 4 settimane.
    Olio di Rosa Damascena
  • Gli antidepressivi serotoninergici puri possono dare una diminuita sensibilità genitale che può causare ovvie conseguenze sul piano della soddisfazione sessuale femminile; in questo andrà particolarmente curata la fase preliminare alla penetrazione
  • Attenzione alla pillola anticoncezionale che potrebbe dare già di per sé calo del desiderio sessuale e ancor di più quando associata agli antidepressivi, soprattutto in alcune donne geneticamente predisposte.

Un caro saluto,

A. Mercuri

Depressione: dall’Infiammazione alla Neuro-infiammazione

Vi sono cellule chiamate macrofagi, monociti e cellule dendritiche che circolano continuamente nel nostro organismo e sono in grado di captare la presenza di un danno tissutale (meccanico, tumorale, infettivo) oppure la presenza di microbi pericolosi da eliminare e in risposta a queste evenienze, tali cellule producono sostanze che amplificano, prolungano e specializzano la risposta immunitaria, chiamate “citochine pro-infiammatorie” [le principali: fattore di necrosi tumorale Alfa (TNF-α), interleuchina 6 (IL-6) e interleuchina 1 (IL-1)].  Le citochine allertano anche i linfociti T e B (i B sono i produttori dei famosi anticorpi) per far fronte all’eventualità che il danno tessutale sia provocato da una ben precisa sostanza, cellula o microbo contro i quali i linfociti sono in grado di agire con armi più precise ed efficienti.

Per quanto riguarda la risposta al danno tissutale primitiva e aspecifica chiamata infiammazione, le citochine compiono diverse azioni tese a difendere e riparare i tessuti attaccati:

  1. Provocano vasodilatazione e quindi arrossamento ed edema nel luogo del danno o dell’infezione
  2. Provocano dolore per mettere a riposo la zona interessata e far si che su di essa venga concentrata l’attenzione
  3. Danno talvolta febbre per accelerare i processi di riparazione e guarigione
  4. informano il cervello che il corpo è danneggiato e pertanto ha bisogno di riparo e riposo per guarire.

Le citochine inoltre inducono alcune cellule specializzate a produrre altre sostanze che proseguono, amplificano e rendono più specifica la difesa dell’organismo, tra cui:

  • prostaglandine pro-infiammatorie [attraverso la stimolazione dell’enzima ciclo-ossigenasi tipo 2 (COX2)]
  • proteina C reattiva (PCR)

Non ho menzionato a caso, Continua a leggere

Neuro-infiammazione & Depressione

A tutti è capitato di sentirsi stranamente giù prima o durante un semplice raffreddore, influenza, Covid o anche vaccinazione anti-Covid in un modo diverso dal solito, dove mancano le forze e la voglia di fare. Si starebbe volentieri solo a letto a dormicchiare oppure, dipende dal temperamento, ad alcuni contemporaneamente alla discesa dell’umore, sale molto l’ansia e l’irrequietezza.

Tale depressione dell’umore è tipicamente collegata allo stato infiammatorio in atto nel corpo e in particolare a sostanze in circolo che sono chiamate citochine (principalmente interleuchina 1, interleuchina 6 e TNF Alfa); tali citochine, partendo dal corpo raggiungono il cervello (neuro-infiammazione) nel quale provocano modificazioni biochimiche volte a mettere l’individuo colpito da infezione a riposo, per guarire: calo dei neurotrasmettitori serotonina, dopamina e noradrenalina con conseguente stanchezza, perdita di interessi e sonnolenza. Tale condizione accompagna anche malattie più persistenti di un’influenza come le malattie autoimmuni (sclerosi multipla, morbo di Chron, colite ulcerosa, psoriasi, artrite reumatoide, tiroidite di Haschimoto, ecc.) oppure altre infiammazioni o infezioni.

Qualcuno allora ha pensato: non è che abbiamo trovato la causa della depressione? E’ forse la depressione, dovuta ad un processo infiammatorio in atto, magari leggero e di cui non si è consapevoli? Ovviamente si è proceduto a valutare i livelli di citochine pro-infiammatorie in ogni depresso ma si è visto che solo alcuni le avevano alte quindi si è concluso che la causa della depressione non è sempre un processo infiammatorio sottostante. Però si è arrivati a considerazioni interessanti e cioè: Continua a leggere

Utilità biologica & Utilità sociale

La Natura non consente agli esseri umani di vivere con gioia pensando solo al benessere personale ma da essi pretende un contributo alla salvaguardia e alla prosecuzione della specie cui appartengono; tale contributo, prevede la procreazione di nuovi individui (altruismo biologico) e/o la partecipazione al buon funzionamento della comunità di cui si fa parte (altruismo sociale).

Questo va tenuto ben presente quando si è giovani e alle volte sembra che i figli siano un impiccio; viviamo in una societa’ edonistica, orientata al soddisfacimento immediato dei bisogni personali, con principi morali sempre più annacquati: in tale contesto, i figli possono essere sentiti come una fatica, come un impedimento alla gioia, una zavorra dispendiosa che costringe a sacrificare molti desideri personali oltre a rovinare un po’ la silhouette della donna e il sonno di entrambi.

La sensazione che senza prole si viva in modo più agiato è uno dei tanti inganni delle società opulente che paradossalmente fanno meno figli delle comunita’ povere pur avendo maggiori mezzi economici per mantenerli. Tuttavia, molte coppie poi si pentono di non aver procreato quando potevano e purtroppo se ne accorgono quando ormai di figli non possono più averne.  La noia di vivere, la tristezza e la sensazione che la vita non abbia più senso sono sentimenti che possono comparire con l’avanzare dell’età e accompagnano i risvegli di molte persone senza figli: la necessità di procreare è profondamente radicata nei nostri geni perché è l’elemento su cui si basa la prosecuzione della vita sulla terra e quindi la procreazione è protetta da potenti automatismi psicologici che ci invogliano ma anche ci costringono al suo espletamento pena un senso di incompletezza e inutilità. I figli prima e i nipoti poi, danno un senso profondo sia all’individuo che alla coppia perché nei piani della Natura, costituiscono il principale scopo della prolungata convivenza tra uomo e donna, un cardine su cui può ruotare per decenni l’interesse reciproco di due persone conviventi che trovano continuamente nel mantenimento e nell’educazione della prole un senso di necessità al vivere comune. Continua a leggere

Antidepressivi: Quando e Come usarli

Gentili utenti, pubblico qui la traduzione dall’inglese dei paragrafi più interessanti del fondamentale articolo sull’uso razionale degli antidepressivi scritto  dallo psichiatra-psicoterapeuta italiano ma di fama mondiale, Giovanni Fava. Se potete, leggete direttamente l’articolo originale in inglese ( PDF dell’articolo originale); se no, leggetene la traduzione che, data l’importanza dell’argomento, ho fatto per facilitarvene la lettura. In marroncino e tra parentesi ci sono miei commenti e chiarimenti. 

Rational Use of Antidepressant Drugs 

Giovanni A. Fava (Affective Disorders Program, Department of Psychology, University of Bologna,  Department of Psychiatry, State University of New York at Buffalo N.Y. , USA). Psychother. Psychosom. (2014)

1) Tolleranza e sue differenti espressioni
Molti fenomeni clinici son stati documentati durante il trattamento con antidepressivi a) perdita di efficacia antidepressiva, b) tachifilassi, c) resistenza, d) effetti paradossi, e) passaggio verso una forma bipolare e f) reazioni da sospensione.

a) Perdita di efficacia

La prevalenza (percentuale) di un ritorno di sintomi depressivi durante il trattamento con farmaci antidepressivi era del 9-57% nelle ricerche pubblicate indicando l’esistenza di fenomeni di tolleranza durante il trattamento (la tolleranza ad una data sostanza è una sorta di abitudine che porta alla perdita di efficacia del trattamento pur rimanendo le dosi di farmaco invariate; la percentuale varia dal 9 al 57% e questo disorienta ma il motivo è che più aumenta il tempo di osservazione, più alta diventa la percentuale di pazienti che ricadono. Se si guarda cioè quanti ricadono nella depressione dopo solo 6 mesi di trattamento, forse si trova un 5% ma se ci fossero studi –  non ci sono perchè non conviene farli – che guardassero quanti ricadono dopo 5 anni, probabilmente si troverebbe una percentuale del 95%). Questa (la percentuale di ricadute) aumenta con la durata del trattamento; in una meta-analisi riguardante studi di mantenimento, questo rischio di ricaduta progressivamente aumentava dal 23% entro 1 anno, al 34% entro 2 anni fino al 45% entro 3 anni. (pensate dunque che già dopo 3 anni un antidepressivo non funziona più nella metà dei casi!). Il termine “tachifilassi” (la progressiva decrescita nella risposta ad una data dose dopo la ripetuta somministrazione di una sostanza fisiologicamente o farmacologicamente attiva) è stato anche usato per designare la ricaduta durante il trattamento di mantenimento o il deterioramento clinico caratterizzato da sintomi come apatia e astenia. (in ambito divulgativo, si può assumere che  tachifilassi e tolleranza siano sinonimi). Continua a leggere

Mauro Massaro 2003

Antidepressivi, i primi difficili giorni

Quando si comincia una terapia con antidepressivi, non solo l’effetto positivo sull’ansia e sull’umore comincia in ritardo, dopo 15-30 giorni, ma addirittura per i primi 7-15 si può stare un po’ peggio e questo ovviamente è un problema per il paziente e per il medico. Non è infatti molto rassicurante che un paziente già con l’acqua alla gola peggiori ancora, fosse anche solo per pochi giorni. Ma stare peggio cosa significa?

Significa che la persona che comincia l’assunzione di un antidepressivo generalmente può avvertire un peggioramento dell’umore e un aumento dell’ ansia, dell’irrequietezza e dell’insonnia.
All’aspetto emotivo, si aggiunge spesso (molto meno comune coi vecchi triciclici) un certo disagio gastrointestinale sotto forma di nausea e/o diarrea, inappetenza. Ma perché avviene tutto questo?
Con certezza ancora non si sa, ma sembra che il motivo sia legato in parte al brusco aumento di serotonina nell’organismo che va a stimolare sgradevolmente sia l’apparato digerente (e in particolare i suoi recettori per la serotonina denominati 5HT-3) che il cervello e di questo in particolare i recettori della serotonina denominati 5HT-2C la cui stimolazione provoca anche sperimentalmente, ansia. Continua a leggere

Amisulpiride, un antidepressivo atipico

Amisulpiride ( vedi anche mio articolo precedente “Antidepressivo rapido: Deniban” ) è un farmaco che ha come azione prevalente il blocco dei recettori per la dopamina denominati D2 e D3 come molti antipsicotici, solo che Amisulpiride ha difficoltà a passare la barriera ematoencefalica e quindi come anti-dopaminergico centrale è “leggero”; è utile per trattare tre condizioni: nausea, depressione e psicosi. E’ un analogo più potente delle precedenti Sulpiride e Levosulpiride.
Essa ha una caratteristica importante quanto strana: a basso dosaggio funziona da piacevole stimolante (fino a 50 mg) mentre, come aumenti anche di poco il dosaggio, ti accorgi che subentra un effetto opposto, spesso sgradevole, di sonnolenza e stordimento. Perchè questo?
Brevemente, il neurone dopaminergico ha sia recettori per la dopamina presinaptici (si chiamano autorecettori e il loro blocco provoca liberazione di dopamina quindi euforia e voglia di fare) che recettori per la dopamina postsinaptici il cui blocco provoca sedazione, svogliatezza e stordimento. Siccome i recettori presinaptici sono più sensibili all’amisulpiride di quelli postsinaptici, un basso dosaggio di questa provoca prevalentemente un effetto stimolante; aumentando il dosaggio, la stimolazione presinaptica eccitatoria arriva rapidamente ad un massimo e non procede oltre mentre cresce progressivamente l’effetto postsinaptico sedativo che diviene via via tanto consistente da soverchiare definitivamente l’effetto stimolante presinaptico rimasto costante. L’effetto stimolante piacevole e rapido (quasi immediato) sembra essere dunque in parte dovuto ad un aumento della dopamina disponibile negli spazi sinaptici ma non solo a quello; infatti amisulpiride è in grado anche di bloccare il recettore per la serotonina 5-HT7, cosa che sembra contribuire in modo molto rilevante alla sua azione antidepressiva; secondo alcuni Autori anzi, Continua a leggere

Il caffè come antidepressivo

Uno studio scientifico del 2014 svolto dai ricercatori della Harvard University e che ha coinvolto 200.000 persone per un arco di tempo di 16-20 anni, ha stabilito che i bevitori di caffè sono meno a rischio di depressione e suicidio; tale effetto benefico inoltre, sarebbe direttamente proporzionale alla quantità di tazzine bevute (fino ad 8 circa, cioè finchè non si raggiunge il livello di tossicità, oltre il quale un altro studio aveva già stabilito che il rischio di depressione e suicidio aumenta). I ricercatori attribuiscono tale evidenza al fatto che la caffeina funziona da antidepressivo per la sua proprietà di elevare i livelli cerebrali di noradrenalina e dopamina e di farlo in modo abbastanza prolungato e costante poichè l’effetto di un caffè dura diverse ore. (Per i dettagli sul meccanismo d’azione della caffeina, vedi il mio articolo precedente: Caffeina) 

I ricercatori di Harvard hanno tuttavia ricordato che ognuno di noi, per vari motivi, ha una sua diversa sensibilità agli effetti collaterali della caffeina (gastrite, nervosismo, insonnia, ansietà, sbalzi d’umore) e che pertanto le dosi abituali e ben sopportate di caffeina non devono essere forzatamente aumentate per ottenere un effetto antidepressivo.  Infatti, gli effetti collaterali sù menzionati potrebbero diventare tanto fastidiosi da annullare i benefici sull’umore; chi beve caffè e fuma poi, aumentando le dosi di caffè è portato ad aumentare anche il numero di sigarette, cosa ovviamente non desiderabile. Ancora, come tutte le droghe, anche la caffeina tende ad avere, soprattutto nei soggetti ansioso-depressivi, un effetto di rimbalzo: finito l’effetto della dose cioè, può comparire uno stato di disforia poco gradevole (senso di tristezza oppure di ansia mista a noia) che è di intensità proporzionale alla dose precedentemente assunta.

Leggi l’articolo originale: Coffee, caffeine, and risk of completed suicide: results from 3 prospective cohorts of American adults (World J Biol Psychiatry 2014)

Autore: A. Mercuri

Venlafaxina (Efexor)

Fa parte degli antidepressivi di nuova generazione (cioè dei cosiddetti selettivi) che sono stati sintetizzati dopo i Triciclici sperando di fornire nuove molecole altrettanto efficaci sulla depressione ma con meno effetti collaterali dei triciclici. I risultati reali però, nonostante la serrata campagna di marketing delle case farmaceutiche produttrici, non sono stati quelli sperati: i nuovi antidepressivi, sono molto meno efficaci sulla depressione e gravati da effetti collaterali spesso più pesanti e persistenti.

Ciò nonostante, e questo è un triste esempio di cosa possono fare le campagne pubblicitarie miliardarie in sinergia con gli studi scientifici pilotati, i nuovi antidepressivi sono riusciti a conquistare il mercato facendo mettere in soffitta (o quasi) i loro progenitori Triciclici (Anafranil, Laroxil, Noritren, ecc.), più efficaci e spesso meno tossici.

Uno dei tanti esempi tra i “nuovi”, è la Venlafaxina (Efexor) che viene venduto come un efficacissimo antidepressivo a doppia azione, sia serotoninergica che noradrenergica (SNRI in gergo), con pochi o nulli effetti collaterali. In verità invece, il suo effetto noradrenergico è pressochè uguale a zero, gli effetti collaterali spesso gravosi e ineliminabili, la sospensione un’impresa ardua; insomma, la Venlafaxina sarebbe un banale serotoninergico, con i suoi begli effetti collaterali tipici e un modesto effetto antidepressivo, anche ad alti dosaggi.

A questo punto, davvero non si capisce (si fa per dire…) perchè le linee guida sugli psicofarmaci debbano sconsigliare i Triciclici come farmaci di prima scelta, dal momento che essi sono incomparabilmente più efficaci anche nelle depressioni estremamente gravi, e spesso lo sono a dosaggi molto bassi che comportano effetti collaterali (compreso quello sulla sessualità) pressochè nulli.

Per approfondimenti, vedete l’articolo del famoso psicofarmacologo inglese Ken Gillman cliccando QUI

Buona lettura,

A. Mercuri

Mirtazapina: è veramente un antidepressivo?

E’ emerso recentemente, dalle ricerche di psicofarmacologi obiettivi perchè indipendenti, che il potere antidepressivo della Mirtazapina sia da mettere fortemente in dubbio e questo è confermato dalla mia esperienza e  dalle opinioni dei pazienti, i quali sono tutti concordi nel dire che essa migliora solo il sonno e l’appetito (ma per un periodo tra l’altro limitato).

Ecco l’articolo di un famoso e onesto psicofarmacologo: https://psychotropical.com/mirtazapine-a-paradigm-of-mediocre-science/

Ecco le opinioni dei pazienti:

https://www.qsalute.it/remeron/

https://www.meamedica.it/depressione-antidepressivi-altro/mirtazapina

La Mirtazapina si comporterebbe in realtà solo da potente antiistaminico comportando un forte aumento di appetito, peso e sonno. Il miglioramento dell’umore sarebbe solo una temporanea conseguenza del miglioramento del sonno e della conseguente brusca caduta dei livelli di cortisolo (ormone dello stress); però, l’effetto antiistaminico, responsabile di miglioramento rapido di sonno e appetito, va via via affievolendosi e altri effetti non compaiono. Si potrebbe quindi concludere che la Mirtazapina è utile nell’immediato per migliorare sonno e appetito del depresso, ma va associata ad altri psicofarmaci che siano veramente antidepressivi anche nel lungo periodo.

Vi rimando comunque al mio articolo precedente del 20 maggio 2018 (clicca QUI) dove trovate la farmacologia ufficiale della Mirtazapina, ciòè il suo meccanismo d’azione e i suoi effetti secondo la Casa produttrice e secondo gli organi governativi di  controllo (FDA in America, AIFA in Italia).

A. Mercuri