Il CBD (Cannabidiolo) come psicofarmaco

Come ho già detto in precedenza, fumare spinelli ripetutamente e per periodi prolungati è un’abitudine deleteria per l’equilibrio psichico di una persona, tanto più se ciò avviene in età adolescenziale. (vedi: Cannabis & Schizofrenia)
Responsabile dei danni da Cannabis è uno dei due principali costituenti, denominato THC (tetraidrocannabinolo) che può provocare, in acuto, aumento dell’ansia fino al panico nonché psicosi; se assunto per lungo tempo poi, può dare depressione, psicosi cronica, disturbi cognitivi e disturbi delle funzioni frontali (demotivazione, mancanza di iniziativa, incapacità di definire, progettare e realizzare obiettivi adatti a sé). Notiamo anche però che il THC ha un’azione euforizzante e analgesica e per questi motivi viene assunto con gran frequenza nonostante la sua tossicità.
Il secondo più importante costituente della Cannabis è invece il CBD o cannabidiolo, una sostanza con effetti in gran parte opposti a quelli del THC e quindi potenzialmente in grado di svolgere un’azione lenitiva su vari disturbi psico-emotivi. Dico potenzialmente perché a tutt’oggi è sicuro che CBD mitighi gli effetti nocivi del THC mentre non sono pronti studi scientifici di alto valore che ne comprovino l’efficacia come psicofarmaco. Tuttavia, gli studi attualmente a disposizione e l’esperienza diretta delle persone, sembrano convergere tutti sull’utilità di CBD per lenire l’ansia, la tensione nervosa, e per migliorare l’umore.
A tali effetti positivi riportati, corrisponde in realtà un meccanismo d’azione che li giustifica, infatti il CBD:

  • Rende il neurone meno eccitabile a) ostacolando il “ritorno a casa” del sodio all’interno del neurone e b) aumentando la concentrazione intracellulare di Calcio
  • Stimola i recettori 1a della serotonina (5HT1a-R)
  • Stimola i recettori Mu e Delta degli oppioidi endogeni
  • Rallenta la degradazione di un endo-cannabinoide naturale chiamato Anandamide
  • Fa aumentare la concentrazione extracellulare di ADP (impedendone la ricaptazione all’interno del neurone) provocando quindi sonnolenza. Il CBD in questo caso provoca conseguenze opposte a quelle della caffeina che invece è in grado di spiazzare l’ADP dal proprio recettore dando effetto stimolante.

Bisogna aggiungere, a supporto di una reale e robusta azione psico-neuro-farmacologica del CBD, il suo utilizzo ufficialmente approvato per tre rare forme di epilessia resistente ai comuni trattamenti antiepilettici.
In natura, il CBD da solo non si trova quindi tutti i preparati disponibili sono ottenuti o per sintesi chimica ex novo o per estrazione dalla pianta Cannabis Sativa. Come è noto, vi sono moltissimi diversi prodotti venduti senza necessità di ricetta medica che contengono CBD da solo o in associazione ad altre sostanze compreso ovviamente il THC. Esistono poi due farmaci veri e propri vendibili solo i farmacia che la contengono: l’Epidyolex che contiene solo CBD ed ha come unica indicazione ufficiale l’epilessia associata a tre rare malattie, e il Sativex, uno spray che si assorbe nella mucosa orale e rilascia sia CBD che THC in proporzioni simili ed è indicato ufficialmente solo per la spasticità associata alla sclerosi multipla.
Leggendo il foglietto illustrativo dei due prodotti redatto dall’AIFA, si nota come sia il CBD da solo (Epidyolex) che, a maggior ragione, l’associazione CBD + THC (Sativex) non sono esenti da effetti collaterali e potenziali rischi.

A. Mercuri

Cannabis & Schizofrenia

E’ ormai scientificamente confermato che chi assume regolarmente Cannabis  è più a rischio di sviluppare malattie mentali, in particolare schizofrenia che è la più grave e invalidante di tutte. Non che fare un tiro di spinello ti renda schizofrenico all’istante e non è nemmeno detto che una persona che fuma tutta la vita cannabis lo diventi; però in qualche modo il THC (Tetra-Idro-Cannabinolo) della Cannabis è psicotogeno (generatore di psicosi) cioè rompe l’armonia del cervello normale e, in soggetti predisposti, può fare danni irreversibili. Purtroppo non si può sapere in anticipo chi si ammalerà di schizofrenia a causa della Cannabis e dopo quanto: è come per le sigarette, non sai se sei predisposto o no a sviluppare il cancro al polmone. Certamente, chi ha famigliarità per malattie mentali è più a rischio e anche chi è più instabile psico-emotivamente dovrebbe evitare la Cannabis; purtroppo invece, come capita spesso nella vita, piove sul bagnato cioè proprio chi è psichicamente disturbato e sofferente cerca sollievo nella chimica e fa maggiore uso di droghe peggiorando poi esponenzialmente la sua già precaria condizione.

La Cannabis contiene due principali principi attivi: 1) THC, sostanza con effetto euforizzante, analgesico, ma anche ansiogenico e psicotogeno; 2) CBD che invece ha un effetto per certi versi opposto in quanto è ansiolitico e antipsicotico.

Il dubbio che la Cannabis potesse slatentizzare disturbi psicotici era già stato espresso alla fine dell’ottocento da uno psichiatra scozzese che, visitando il manicomio del Cairo, osservò come tra i folli vi fossero molti fumatori di Cannabis; successivamente tale ipotesi fu sottovalutata per molto tempo fino a che non furono fatti studi scientifici seri che inequivocabilmente lo dimostrarono. In realtà, l’attenzione sulla Cannabis è stata posta negli ultimi anni soprattutto per

  1. la sua legalizzazione sempre più estesa come medicina (e in alcuni Stati addirittura come sostanza ricreativa) il che l’ha messa sotto i riflettori degli scienziati;
  2. dal 1965 al 1999 sembra che il numero di pazienti schizofrenici sia raddoppiato imponendo una ricerca delle cause tra le quali sono state passate in rassegna le varie droghe: dagli studi epidemiologici emerge che dall’8 al 24% delle psicosi potrebbe essere evitata se gli adolescenti non si intossicassero con la cannabis.

Va osservato inoltre che la Cannabis fumata oggi da gran parte dei nostri adolescenti (che sono poi i più vulnerabili ai suoi effetti psicotogeni perché hanno il cervello in formazione) non è la Cannabis tradizionale: a forza di incroci e artifici botanici i coltivatori sono riusciti negli ultimi decenni a selezionare varianti dotate di un alto contenuto di THC (alcaloide pericoloso) e basso di CBD (alcaloide buono che nella cannabis tradizionale, fumata dai nostri Hippies, elideva in parte gli effetti patogeni del THC); si pensi che la Cannabis del 1960 aveva appena il 3% di THC mentre quella attuale arriva in alcuni casi al 20%.

Ancora, vi sono oggi in commercio circa 200 varianti di THC create in laboratorio (e facilmente acquistabili su internet), dagli effetti sconosciuti e imprevedibili che possono essere usate per “condire” e rinforzare l’erba da fumare. Se si pensa che il mercato della droghe illegali è in mano a criminali senza scrupoli, vengono i brividi a pensare che buona parte dei nostri adolescenti butta nei polmoni un fumo velenoso venduto furtivamente per strada e dalla composizione in parte sconosciuta.

Non bisogna poi dimenticare che sempre più piede sta prendendo la pratica di inalare concentrati resinosi vaporizzabili di THC (il cosiddetto Wax Dabbing), ove la concentrazione di tale principio attivo è follemente elevata; la cosa più scandalosa è che tali preparati siano legalmente venduti su internet nei cosiddetti Cannabis Club Shops virtuali che fioriscono soprattutto in Spagna sfruttando un vuoto legislativo. (vedi ad esempio: https://www.royalqueenseeds.it/blog-marijuana-101-guida-al-dabbing-n378). Non dimentichiamoci che gli interessi economici anche degli Stati legati alla Cannabis legalizzata sono talmente forti da superare di gran lunga le preoccupazioni per la salute della popolazione; basta d’altra parte ricordare la vergognosa questione del tabacco il cui commercio in Italia è monopolizzato dallo Stato per il quale esso è una ricca fonte di reddito.   

La Cannabis non provoca negli adolescenti solo forme eclatanti di psicosi con delirio e allucinazioni ma spesso rende i giovanissimi apatici, distaccati, disinteressati, indifferenti, socialmente isolati, sintomi questi a metà strada tra depressione e schizofrenia e difficilmente curabili sia con gli antidepressivi che con gli antipsicotici; oppure si possono sviluppare sintomi di paranoia con la sensazione di essere perennemente al centro dell’attenzione, osservati e seguiti. Ancora, è tipico il primo attacco di panico avuto mentre si fumava lo spinello, al quale può seguire un duraturo disturbo di panico con isolamento sociale per paura che gli attacchi si ripetano. Da non dimenticare che spesso tutte le condizioni suddette necessitano di una terapia farmacologica il più delle volte costituita da antidepressivi: il problema quindi si ingrandisce e si cronicizza perché, come si sa, iniziare una terapia antidepressiva a 16 o 18 anni significa rischiare la dipendenza a vita. Certe esperienze di sballo non andrebbero mai fatte perché il cervello non dimentica nulla, nulla cancella: si limita a chiudere i circuiti col tempo ma non li elimina mai una volta formatisi. Continua a leggere

“Come l’Occidente ha provocato la guerra in Ucraina” di Benjamin Abelow

Gentili lettori, giusto per sapere come sono andate e vanno realmente le cose riguardo all’attuale guerra tra l’America (che manda avanti gli ucraini, a morire) e la Russia, consiglio di leggere il bellissimo, breve e chiarissimo libretto di Benjamin Abelow “Come l’Occidente ha provocato la guerra in Ucraina” che non giustifica certo l’attuale invasione russa dell’Ucraina ma ne spiega inequivocabilmente i retroscena. Molto obiettivo, pacato e ricco di documentazione ufficiale che prova quanto affermato. Giusto per non bere passivamente solo ciò che quasi tutta la Stampa occidentale filo-americana ci propina. Consiglio la recensione del libro sul sito “AnalisiDifesa” che mi sembra tra l’altro un sito molto interessante anche per lo spessore culturale degli autori degli articoli; dico prudenzialmente mi sembra perchè in realtà non ho guardato tale sito a lungo e attentamente ma solo in modo superficiale per cui potrei anche ricredermi. Ma per ora l’impressione è buona.

Un caro saluto,

A. Mercuri

Disturbi tiroidei & Disturbi psichiatrici

La tiroide è una ghiandola posta alla base del collo, proprio sopra lo sterno, che produce un ormone in due forme diverse (T3 e T4 la cui produzione è regolata dal TSH ipofisario) e il cui buon funzionamento è fondamentale durante lo sviluppo fetale ma anche in età adulta. Ne si comprende appieno il compito e l’importanza quando non funziona: la carenza di ormoni tiroidei nel feto provoca deficit di sviluppo sia somatico che, soprattutto, cerebrale fino ad arrivare alla forma estrema che è il nanismo ipotiroideo con grave ritardo mentale noto come cretinismo.
In età adulta poi, se la tiroide è ipo-attiva, il soggetto andrà incontro a obesità, rallentamento ideo-motorio, depressione, disturbi cognitivi, ovviamente in misura proporzionale al grado di carenza ormonale, fino ad arrivare alla condizione estrema nota come mixedema; se invece sarà iperattiva, il soggetto avrà ansia, agitazione, tachicardia, magrezza eccessiva nonché i caratteristici occhi sporgenti (esoftalmo).

Esiste una condizione conclamata sia di ipo- che di iper-tiroidismo qualora gli ormoni siano fuori dall’intervallo di riferimento e allora è facile capire il motivo dei disturbi; esiste però anche il cosiddetto ipo- o iper-tiroidismo sub-clinico cioè sottosoglia in cui è alterato solo il TSH (ormone ipofisario che stimola la tiroide) mentre il livello ormonale è normale e allora è più difficile capire il perché già in tale condizione possano essere presenti disturbi. (Il TSH stimola la tiroide con un meccanismo di controllo a retroazione per cui un livello basso di ormoni tiroidei stimola l’ipofisi a secernere più TSH che a sua volta va a stimolare la tiroide; l’opposto vale se gli ormoni sono troppi)

La causa più frequente di iper-tiroidismo (molto più comune nelle donne) è il famoso morbo di Basedow in cui, per motivi in parte genetici e in parte ambientali, si formano anticorpi diretti contro la propria tiroide (si chiamano TRAb); essi non sono distruttivi ma mimano l’effetto del TSH sovra-stimolando la ghiandola, alle volte tanto da arrivare ad una condizione pericolosa per la vita chiamata tireotossicosi.

La causa più comune di ipotiroidismo (nelle persone che assumono dosi di iodio adeguate), è sempre autoimmune ed è la tiroidite di Hashimoto, anch’essa molto più frequente nelle donne e fortemenente ereditaria in cui, soprattutto nelle donne dopo la gravidanza, il sistema immunitario comincia a produrre auto-anticorpi diretti contro propria ghiandola tiroide; ma questa volta essi non stimolano la ghiandola come nel morbo di Basedow ma la distruggono: si passerà infatti una prima fase caratterizzata da ipertiroidismo in cui vengono riversati in circolo una dose massiccia di ormoni in seguito alla rottura, ad opera degli autoanticorpi, dei follicoli tiroidei che li contengono; quando poi gli autoanticorpi avranno completamente distrutto la ghiandola, si passerà alla fase di ipotiroidismo, quella definitiva, in cui sarà indispensabile assumere per bocca gli ormoni per non andare incontro a Mixedema.

A proposito di tiroidite autoimmune di Hashimoto, vi è una cosa molto importante da sapere: quando i livelli ormonali (T3, T4 ed FTH) sono ancora normali, possono già esserci auto-anticorpi circolanti e questo è stranamente sufficiente a provocare disturbi neuropsichiatrici come ansia, insonnia, depressione, irritabilità, lievi disturbi cognitivi. In certi rari casi, si può arrivare alla cosiddetta encefalopatia di Hashimoto caratterizzata da un grave quadro neurologico e/o psichiatrico la quale può presentarsi addirittura con T3, T4 e TSH normali!
Ma perché la sola presenza di auto-anticorpi diretti contro la tiroide anche senza alterazioni ormonali può essere sufficiente a dare disturbi neuropsichiatrici?

Questo avviene perché gli anticorpi anti-tiroide sono diretti contro alcune molecole della ghiandola che si ritrovano però, molto simili, nel cervello a livello di neuroni, vasi sanguigni o cellule di supporto (cellule gliali). Si chiama immunità crociata e tali auto-anticorpi, pur non essendo distruttivi per il cervello (come lo sono invece per la tiroide) alterano però il funzionamento del delicato organo soprattutto nelle sue funzioni più complesse, quelle psico-emotive.

E adesso, parliamo di cosa si può fare.
Per l’ipo-tiroidismo si usano gli ormoni liofilizzati in compresse (Eutirox è uno dei nomi più comuni) e per l’iper-tiroidismo si usa il Tapazolo, un farmaco con azione inibitoria sulla tiroide. Difficile è invece trattare la componente autoimmune della tiroidite perché essa richiederebbe una terapia immunosoppressiva (sarebbe utile anche per prevenire la distruzione della ghiandola) che però, se usata a lungo, dà più problemi della tiroidite stessa. Pertanto, la componente autoimmune della tiroidite di Hashimoto (che comporta la produzione di auto-anticorpi) si tratta solo se provoca conseguenze gravissime (come nel caso dell’encefalopatia di Hashimoto in cui si usano alte dosi di cortisone); abitualmente si preferisce aspettare che la tiroidite faccia il suo corso trattando l’iper e l’ipotiroidismo qualora si manifestino e riservando agli eventuali disturbi neuropsichiatrici (ansia, insonnia, depressione) se intensi, un trattamento sintomatico con psicofarmaci.
Riassumendo: soprattutto alle donne in età matura che hanno in famiglia casi di tiroidite di Hashimoto è consigliabile eseguire periodicamente non solo il dosaggio di T3 T4 e TSH ma anche degli auto-anticorpi: anti-TPO (anti-tireoperossidasi), anti-TR (anticorpi diretti contro il recettore della tiroglobulina) e anti-TG ( antiti-roglobulina) perché anche a ghiandola perfettamente funzionante, possono già da soli spiegare la presenza di alcuni disturbi psicoemotivi. Da sapere che ben 1 persona su 20 ha la tiroidite di Hashimoto (spesso senza saperlo) e che nel 90% dei casi è donna.

Qualcuno adesso si chiederà: ma se non vi è poi nulla da fare contro gli auto-anticorpi, che senso ha ricercarli? Beh…in effetti è vero, ma sapere la possibile causa di un disturbo è sicuramente meglio che brancolare nel buio frugando magari per anni nel passato alla ricerca di cause psicologiche.

Un caro saluto,
A. Mercuri

Litio e depressione cronica recidivante

Il Litio, terzo elemento della tavola periodica, è una sostanza naturale molto semplice che in natura si trova sotto forma di sale aggregato in pietre e rocce (líthos=pietra); le piogge poi dilavano le rocce quindi il litio è presente nell’acqua potabile, viene assorbito dalle piante, assunto dagli animali e dall’uomo che in una dieta media assorbe circa 1 mg al giorno di litio elementare; una piccola dose ma indispensabile per la salute psicofisica: studi di geologia su amplissimi campioni di popolazione hanno evidenziato che ove nell’acqua potabile c’è una dose maggiore di litio, vi sono meno depressioni, demenze, suicidi, la vita è più lunga tant’è che qualcuno ha proposto di aggiungerne una micro dose nell’acqua potabile come già si fa col fluoro contro la carie dentaria o con lo jodio nel sale alimentare per la prevenzione dell’ipotiroidismo.
Comunemente le persone e anche molti medici, ancora associano il litio solo alla psicosi maniaco depressiva, la forma più grave del disturbo bipolare (disturbo nel quale si alternano o si sovrappongono sovraeccitamento e depressione) in cui la tossicità del farmaco è tristemente accettata data la gravità della patologia da curare; in realtà oggi il litio viene usato con successo anche a dosaggi bassi e non patogeni per patologie psichiatriche di minore gravità come la depressione cronica ricorrente (molto comune tra gli utilizzatori di antidepressvi), il temperamento ciclotimico (lieve bipolarità costituzionale), il temperamento ipertimico (lieve maniacalità costituzionale), prevenzione e stabilizzazione del decadimento cognitivo.
Il litio  ha cominciato la sua carriera alla fine degli anni ’40 del 1900, epoca in cui esistevano ancora i manicomi e venivano curate solo le malattie mentali gravi mentre quelle lievi non venivano nemmeno prese in considerazione: la prima somministrazione di Litio infatti venne fatta dallo psichiatra australiano John Cade su pazienti maniacali ricoverati in manicomio. Da allora (e fin quasi ai giorni nostri) il litio è stato dunque utilizzato solo nelle forme più gravi di disturbo bipolare, di depressione e di mania e sempre a dosaggio mediamente utile per tali gravi patologie (litiemia tra 0,6 e 1.0 mmol/L di sangue), dose pericolosamente vicina alla tossicità. Lo stereotipo ancora rimasto è: sì al litio per i gravi disturbi dell’umore ma, essendo molto tossico, va fatto un bilancio tra i vantaggi per la mente e i danni per il corpo.

Quali danni per il corpo? Se si supera la concentrazione nel sangue di 1,0 mmol/L la tossicità è immediata soprattutto a danno dei reni mentre se anche mantieni un dosaggio interno al range, comunque rischi di andare incontro negli anni ad un danno cumulativo a reni e tiroide.
Oggi non è più così, la convinzione che il litio funzioni solo all’interno del range standard e quindi vada riservato alle gravi patologie non è più un’assioma: a bassi dosaggi atossici il litio stabilizza le forme lievi di oscillazione dell’umore, rinforza la terapia antidepressiva, previene il suicidio e la demenza.

Per quanto riguarda la depressione va osservato che il litio non è solo un farmaco sintomatico ma è curativo: mentre cioè i comuni antidepressivi agiscono solo innalzando il livello di uno o due neurotrasmettitori il che provoca presto abitudine e perdita di efficacia, il litio agisce in senso antidepressivo su molti bersagli molecolari del neurone trasformando gradualmente ma profondamente la micro-anatomia del cervello e dando una condizione di benessere simile a quella naturale. La mancata assuefazione al suo effetto e la sua capcità di prevenire o arrestare la demenza fanno pensare ad una azione antidepressiva secondaria al miglioramento della salute globale del cervello. Continua a leggere

Prolattina alta: che fare?

La prolattina è un ormone prodotto dall’ipofisi che ha la funzione principale di stimolare la produzione di latte nella donna durante l’allattamento. Anche l’uomo tuttavia produce una piccola dose di prolattina il cui significato è poco noto. Sia nella donna che nell’uomo, l’eccesso costante di prolattina è dannoso perché provoca una diminuita produzione di FSH ed LH, due ormoni ipofisari che stimolano le gonadi a produrre testosterone nell’uomo ed estrogeni nella donna.

Come conseguenza diretta di un eccesso di prolattina sulle ghiandole mammarie, in entrambe i sessi vi è ingrossamento delle mammelle fino ad arrivare talvolta alla secrezione spontanea di latte dai capezzoli (galattorrea); indirettamente poi, a causa del calo degli ormoni sessuali, la prolattina in eccesso provoca in entrambe i sessi ridotto desiderio sessuale, ridotta fertilità e osteoporosi.

Importante notare comunque che la gravità dei sintomi non è proporzionale al livello di prolattina perché ci sono individui che pur avendone alti livelli son privi di sintomi mentre altri, con una prolattina appena sopra la norma, hanno già inturgidimento delle ghiandole mammarie (nel maschio chiamata ginecomastia), disturbi sessuali e calo della fertilità.

Più nello specifico, poco testosterone nell’uomo significa perdita di interesse per il sesso, umore basso e scarsa energia; pochi estrogeni nella donna provocano atrofia e secchezza della mucosa uretrale e vaginale, dolore durante il coito, vampate di calore, irregolarità mestruali, acne e moderato irsutismo.

Venendo alle cause di iperprolattinemia, dobbiamo ovviamente ricordare le malattie dell’ipotalamo e dell’ipofisi nonché l’ipotiroidismo e l’uso di levodopa nei pazienti parkinsoniani; ma di gran lunga più comune è l’iperprolattinemia da psicofarmaci.

Gli psicofarmaci che provocano più facilmente e fortemente iperprolattinemia sono gli antipsicotici (aloperidolo, perfenazina, quetiapina, risperidone, amisulpride) perché inibiscono la liberazione di dopamina anche a livello ipotalamico, dopamina che ha una funzione inibitoria sulla secrezione ipofisaria di prolattina. Togliendo quindi il freno dopaminergico, la prolattina verrà rilsciata in abbondanza in circolo. Anche gli antidepressivi, sia pur raramente e in misura molto minore, possono provocare iperprolattinemia ed in particolare Clomipramina (ad alte dosi però!). Continua a leggere

Modalina (trifluoperazina)

E’ un vecchio farmaco sintetizzato nei fervidi e scientificamente prolifici, postbellici anni ’50 del ‘900, appartenente alla categoria delle fenotiazine, unico tra gli antipsicotici sia di vecchia generazione (perfenazina, aloperidolo, coloropromazina, promazina, aloperidolo, tiopentixolo), che di nuova generazione (olanzapina, quetiapina, risperidone) ad essere approvato dalla FDA americana e dall’AIFA italiana anche per i disturbi d’ansia (oltre che per le psicosi ovviamente). Fondamentale per tale approvazione è stato l’articolo del lontano 1986 di J. Mendels e altri Autori: “Effective short-term treatment of generalized anxiety disorder with trifluoperazine” oltre alla decennale esperienza clinica in tal senso.
Così si legge nella scheda tecnica AIFA di Modalina riguardo alle indicazioni del prodotto: 
“Per il trattamento delle manifestazioni di disordini psicotici. Per il controllo degli stati di ansia, tensione ed agitazione che si osservano nelle nevrosi o associati a somatizzazioni”.
Ancora, sul suo meccanismo d’azione, dalla scheda tecnica AIFA: Continua a leggere

“Come imparare più cose e vivere meglio” libro di Roberto Vacca

Scritto intorno al 1980 dal famoso ingegnere, divulgatore e scienziato Roberto Vacca, è un libro piacevole, simpatico, carico di contagioso e autentico entusiasmo. Scritto con linguaggio semplice e comprensibilissimo a tutti, come sa fare chi ha le idee chiare e non ha bisogno di gettare fumo negli occhi dei lettori, l’Autore spiega in modo avvincente come l’appassionarsi ai più disparati argomenti del sapere sia un felice stile di vita e un meraviglioso antidoto contro l’angoscia e la depressione, cosa questa efficacemente spiegata nel paragrafo “Come prevenire la depressione e la disperazione”.  Lo consiglio vivamente a tutti.

Vedi anche https://it.wikipedia.org/wiki/Come_imparare_pi%C3%B9_cose_e_vivere_meglio

Un caro saluto,

A. Mercuri

Aripiprazolo, un farmaco efficace e multiuso

Aripiprazolo (vedi anche: Abilify (aripiprazolo) si può definire davvero un farmaco con molte qualità: a dosaggio basso, per intendersi 3-5 mg al giorno, funziona quasi unicamente da stimolante dopaminergico:

Ancora va detto che, aumentandone il dosaggio, Aripiprazolo diventa un vero e proprio farmaco efficace contro la follia agendo positivamente su deliri e allucinazioni col vantaggio, rispetto ad altri antipsicotici, di dare meno sonnolenza, molto meno aumento di peso e conservando (o addirittura stimolando) interessi e motivazione che invece gli antipsicotici tradizionali tendono a spegnere ancor dippiù di ciò che fa già la psicosi).

Restando nell’ambito dei più comuni bassi dosaggi utilizzabili per i disturbi psico-emotivi minori (depressione, disturbi sessuali, ansia, ossessioni) si può dire che, da solo o in associazione con altri psicofarmaci, aripiprazolo abbia dimostrato un’ottima tollerabilità ed efficacia. L’unica avvertenza importante è di assumerlo al mattino proprio perché stimolante.

A. Mercuri

“Psicosi ossessiva” di Tanzi e Lugaro (1905)

A mio giudizio, la descrizione più illuminante, esauriente e gradevole da leggere dei disturbi ossessivi si trova nel 2° volume del “Trattato delle malattie mentali” di E. Tanzi ed E. Lugaro (Milano, Società Editrice Libraria, 1905).

La sensazione che ne ho tratto è che l’attenzione degli Autori sia emotivamente concentrata sui pazienti e non freddamente puntata sulla malattia in sé come spesso capita nelle trattazioni odierne. Le parti sottostanti scritte in verde sono alcuni brevi estratti dalla su citata opera mentre le parti in nero sono mie.

” Le idee ossessive o fisse o coatte o incoercibili…costituiscono il nucleo essenziale d’una particolare malattia d’indole costituzionale , che può dirsi perciò psicosi ossessiva…Gli ammalati hanno sempre coscienza vivissima, chiara e precisa del loro male, s’affannano a vincerlo, vivono in continua lotta con esso…Il tema dell’ossessione in sè stesso non avrebbe mai caratteri allarmanti; se l’idea ossessiva si presentasse casualmente attraverso un cervello del tutto calmo e normale, il che è possibilissimo, passerebbe quasi inavvertita e senza alcuna conseguenza. Ma coloro che soffrono d’ossessioni hanno per loro sventura un’iperestesia per tutto ciò che può suscitar pena, timore, e persino dubbi puramente teorici e formali. Questa iperestesia affettiva fa sì che un’idea fugace, priva d’ogni interesse per un normale, si soffermi nel corso del pensiero, conquistandosi un posto immeritato. Di questa sproporzione s’avvede benissimo il paziente, che per lo più ha fine spirito critico ed è portato all’introspezione; ma il rammarico ch’egli ne prova non facilita per niente il passaggio ad altre idee, anzi lo inceppa. A questo modo, idee fortuite e insignificanti lasciano un solco e si rinnovano con un’insistenza spasmodica e martellante, arrestano ogni tanto il corso del pensiero, ne escludono altre ben più interessanti, e resistono ad ogni sforzo od artifizio della volontà inteso a discacciarle. Il senso di coazione che ne nasce riesce assai penoso, documenta ad ogni istante nella coscienza del malato la sua incapacità a governare il proprio pensiero….In uno stesso individuo s’associano o s’avvicendano spessissimo ossessioni selle diverse categorie; ed anzi sono ben rari gl’ individui che soggiacciono a una forma sola d’ossessione. V’è dunque un vero temperamento ossessivo, che s’estrinseca in una diatesi d’incoercibilità psichica, alla quale le idee più svariate forniscono il tema…Questi ammalati sono gente d’animo mite, d’indole riflessiva, giudiziosa, intelligenti, portati eccessivamente all’introspezione, veri introspettori in continua attività di servizio, poco o punto impulsivi, sensibili e d’animo delicato, tendenti piuttosto alla mestizia che all’allegria, più disposti alla rinunzia che alla lotta, spesso timidi in tutto.”

“Assai numerosi sono praticamente i temi d’ossessione…Con tutto ciò, è difficile che le ossessioni si presentino numerose simultaneamente: di solito si impadroniscono del malato a una per volta, in regime monarchico, e caratterizzano un periodo della sua vita…E di solito i cambiamenti di tema avvengono dopo un periodo di tregua concesso ad altre ossessioni che per qualche tempo hanno dominato la coscienza esclusivamente….A malgrado del temperamento ossessivo, che dà segno di sè precocemente i malati passano spesso buona parte della gioventù senz’essere tormentati da idee fisse. Le idee che potrebbero fornire il tema dell’ossessione, anche se suscitano disagio, non si soffermano a lungo. La malattia s’accentua e produce un vero tracollo quando il soggetto predisposto comincia a capire il meccanismo dell’ossessione, e si persuade della propria incapacità a liberarsene… A malattia conclamata…interviene il fatto riflesso dell’introspezione, dell’attenzione che si sdoppia sull’oggetto del pensiero e sull’io che lo elabora, [modernamente, la supervisione del  proprio pensiero durante il suo svolgimento, viene definita ‘metacognizione’][l’attenzione del paziente] che segue, inopportuna e importuna, lo svolgimento degli atti volontari ed anche delle funzioni involontarie…Gli ammalati cedono all’ossessione appunto per la paura preventiva di soccombervi, e questa paura è la conseguenza…dell’ansietà con cui seguono lo svolgersi delle loro funzioni, dalle più elevate del pensiero alle più umili ed involontarie dei visceri…”

Le ossessioni più comuni sono quelle relative all’ordine, alla simmetria, alla pulizia, al controllo oppure il timore di cagionare danno a sè stessi o agli altri a causa di pensieri, parole, azioni oppure omissioni. E’ qui da notare come tra fobia ed ossessione vi siano punti di contatto tanto che in tempi relativamente recenti non ne si faceva netta distinzione raggruppandole insieme nella comune denominazione di sindrome fobico-ossessiva. In realtà si può dire che tutti gli ossessivi sono fobici ma non che tutti i fobici siano ossessivi; così è meglio tenere le due patologie distinte. Ancora sono da ricordare gli impulsi mentali a contenuto motorio, cioè il timore ossessivo di compiere un’azione fulminea di tipo auto o eterolesivo (le cosiddette ‘ tentazioni orribili’); la tensione nervosa in tali casi cresce esponenzialmente con la facilità effettiva di compiere il gesto: per esempio usare forbici o coltelli vicino al proprio amato figlio piccolo per chi sente l’impulso motorio ossessivo di ferirlo oppure affacciarsi da una finestra molto alta per chi sente l’impulso motorio ossessivo di buttarsi nel vuoto, ecc.

Ancora Tanzi e lugaro: “Le ossessioni impulsive sono caratterizzate da ciò, che esse hanno un contenuto attivo, consistono cioè nella rappresentazione d’un atto. Si tratta sempre di un atto spiacevole per il soggetto che se lo rappresenta: un atto ora futile, sciocco, inutile, ora inopportuno, sconveniente, ora addirittura criminoso. All’idea di per sè stessa invisa e ripugnante dell’atto s’aggiunge un senso di sfiducia nella propria capacità d’inibizione volontaria, che fa apparire l’esecuzione come probabile, inevitabile, imminente…Certe idee d’atti inopportuni o sconvenienti sorgono per associazione di contrasto nelle cerimonie solenni. E se è quasi impossibile che la rappresentazione si traduca in atto, i malati sono ugualmente tormentati dal pensiero di potersene rendere esecutori sconsigliati, bestemmiando in chiesa, ridendo a un funerale, facendo un gesto indecente in società ….[Alcuni pazienti] soffrono d’acrofobia ( Verga), e temono la vertigine, o di cadere accidentalmente, o di cedere ad un improvviso impulso lanciandosi nel vuoto se s’affacciano ad un balcone elevato, sul pianerottolo di una scalea alta, su d’un belvedere. Qui alla pura fobia s’associa dunque un elemento di rappresentazione motoria a tipo impulsivo…Più che disgustose ed affliggenti, son addirittura drammatiche quelle ossessioni che contengono un programma d’azione delittuoso. Per quanto il malato dubiti delle sue forze di repressione, l’immagine ben di rado si traduce in atto; Ma essa suscita lotte interne violente, prolungate e ripetute, che determinano un senso di tensione interna sempre crescente, che aumenta la spasmodicità dell’idea e il timore di dovere infine cedere all’impulso incoercibile…I delitti d’origine ossessiva sono rarissimi…”

Un caro saluto ai miei lettori,

A. Mercuri