Ma l’infelicità è sempre una malattia?

In uno suoi tanti scritti profetici Konrad Lorenz (1903—1989), famoso etologo e psichiatra, prevedeva già negli anni sessanta del novecento che gli psicofarmaci, immessi sul mercato proprio in quegli anni, sarebbero stati usati da lì in avanti oltre che per pochi casi reali di malattia mentale anche e soprattutto per consentire alla gente di sopravvivere ad un ambiente, uno stile di vita ed un lavoro sempre più artificiali ed alienanti. E così fu.

Oggi la maggior parte dei disagi psico-emotivi non sono risultato di una malattia mentale dell’individuo ma sono semplicemente una normale reazione di rifiuto di mente e corpo ad un ambiente artificiale e ad uno stile di vita frenetico e insano, ormai troppo distanti da quelli tradizionali che sono rimasti pressochè costanti per centinaia di migliaia d’anni e fino all’era preindustriale.

Il nostro cervello, i nostri sentimenti e il nostro corpo infatti si sono plasmati sotto la pressione evolutiva di un ambiente assai diverso da quello attuale: agli albori della storia umana e poi per migliaia di secoli abbiamo vissuto da nomadi nelle foreste dedicandoci alla caccia e alla raccolta di tuberi e radici commestibili; poi sono arrivate agricoltura e allevamento e con essi è cessato il nomadismo ma l’ambiente era ancora bello, lo stile di vita tranquillo. Dall’era industriale in poi invece e si parla quindi dal primo 1800 in avanti, vi è stata una svolta irreversibile verso lavori alienanti, la popolazione mondiale è aumentata in modo esponenziale, l’ambiente è divenuto via via sempre più brutto. Il colpo di grazia poi l’ha dato l’automobile che ha consentito alle nostre belle e accoglienti città di espandersi e divenire mega-agglomerati di condomini in cui si vive uno sopra l’altro litigando con sotto un groviglio di strade rumorose per l’incessante passaggio di automobili ed un finto contentino di natura fatto di alberi radi piantati secondo un progetto.

La velocità con cui ambiente e stile di vita sono cambiati è stata talmente rapida da non consentire ai nostri geni di adattarvisi: a fronte di condizioni di vita totalmente differenti da quelle tradizionali, il nostro DNA è rimasto pressochè lo stesso di centomila anni fa e con esso sono rimasti pressochè invariati i bisogni psicologici e le emozioni. E da questa forzatura, dal continuo bisogno di sacrificare le nostre antiche e immutate istanze naturali, nasce gran parte dell’infelicità umana attuale che è stata ben accolta dall’industria farmaceutica e dalla psichiatria che hanno medicalizzato il problema convincendo gli infelici disadattati che il problema stava in una loro gravissima malattia, mortale se non curata, chiamata ora depressione, ora ipocondria oppure ansia, fobia, ossessività. L’ordine, è che nessuno deve nominare l’ambiente e lo stile di vita alienanti, bisogna dire che non c’entrano, che la disperazione e il disadattamento sono malattie e come tutte le malattie vanno prese in tempo e curate con le medicine.

Ma io dico: una persona lavora in un ufficio 8 ore al giorno con gli occhi fissi ad un computer e un neon acceso sulla testa; poi torna a casa facendo mezz’ora di coda immersa in un ambiente squallido e l’indomani ricomincia. Questa persona si ammala di ansia, depressione, insonnia: è malato lui? O sono malate le sue condizioni di vita?

Prima di cominciare una terapia psicofarmacologica pertanto o anche prima di cominciare ad assumere le comunissime goccine per dormire abbiate sempre in mente questa domanda: “Sono realmente malato io oppure c’è qualche cosa di artificiale e forzato nella mia vita che mi ha lentamente intossicato rendendomi infelice, insonne o inappetente? Interrogatevi su questo prima di farvi inquadrare entro una categoria diagnostica col “Manuale Statistico dei Disturbi Mentali”, manuale molto usato dagli psichiatri americani che fa corrispondere ad ogni gruppo di sintomi una probabile malattia per la quale c’è già pronta una pillola.

Vorrei concludere chiarendo questo:

  • le vere malattie mentali esistono e vanno curate anche coi farmaci ma sono una percentuale minima
  • La maggior parte della sofferenza psico-emotiva di oggi è provocata da un ambiente e da uno stile di vita follemente distanti da quelli tradizionali e non è frutto di un difetto dell’individuo ma di una sua sensibilità e rifiuto per una vita forzata e artificiale in cui mancano i requisiti minimi per poter essere felici.
  • Gli psicofarmaci sono utili ed indispensabili solo nelle vere e gravi malattie mentali ma nel caso di disagi psico-emotivi situazionali vanno evitati perché, lungi dal risolvere un problema che non è malattia, tra stordimento, amnesie e finta felicità impediscono di capire e raggiungere una soluzione al problema stesso, impediscono di capirsi, di conoscersi e di accettarsi potendo quindi diventare, tra dipendenze e astinenze, una fonte reale e prima non presente, di disperazione.

Un caro saluto,

A. Mercuri

 

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