Infelicità oggi: malattia o giusta ribellione?

Gentili lettori,

qualcuno potrebbe avere l’impressione che io critichi sia il modello di cura con gli psicofarmaci che quello alternativo o complementare della psicoterapia, lasciando pertanto i pazienti senza via d’uscita dai loro disturbi. Ma non è così.

Io non escludo a priori i farmaci per lenire i disturbi mentali anzi, spesso sono io stesso che li prescrivo; quello che sostengo è solo questo: prima di modificare la chimica del cervello bisogna essere sicuri che la sofferenza emotiva della persona che hai davanti sia effettivamente una disfunzione dell’organo cervello, indipendente da tutto e non sia piuttosto, come oggi capita nella maggior parte dei casi, una giustificata e spesso inconscia ribellione interiore a situazioni esterne modificabili. Perché, se questo è vero, allora bisogna ascoltare ciò che il cervello del paziente sta cercando di dire attraverso l’ansia, la depressione o l’insonnia; se no, ricadiamo nella riduzionistica e pericolosa modalità di cura del sintomo il quale, se è un tentativo del cervello di segnalare un disagio, va ascoltato e non spento: sarebbe come spegnere un fastidioso allarme anti incendio senza aver domato prima l’incendio. Se una persona, come molte oggi, sta vivendo in modo sbagliato e tu gli dai una finta felicità con una pastiglia, lui non cambierà vita; e dopo qualche anno si abituerà al farmaco, la finta felicità sparirà e lui si ritroverà più infelice di prima e per giunta invischiato in costose e squallide terapie psichiatriche.

E questo non vale solo per gli psicofarmaci ma anche per la cosiddetta psicoterapia: prima di considerare ansia, depressione, fobie, insonnia e ossessioni soltanto espressioni di malattia del soggetto, lo psicoterapeuta deve analizzare e casomai correggere alcuni parametri fondamentali del paziente: la sua salute fisica, lo stile di vita, il lavoro, l’ambiente in cui vive. Lo dico sempre: se viene da me per ansia e depressione una persona che lavora in ufficio 8 ore al giorno col neon acceso sulla testa e un computer davanti, immerso in un ambiente urbano senza natura, e tutti i giorni fa questa vita, su e giù dall’ufficio a casa facendo la coda in tangenziale, è malato lui? Lo devo curare coi farmaci? E’ onesto convincerlo che ha una malattia e non sarebbe più onesto invece fargli capire che è il suo stile di vita sbagliato e cercare quindi insieme di modificare le circostanze esterne? E se si ammala uno che fa conti per gli altri tutto il giorno ma sognava di imparare le lingue e viaggiare o sognava di fare il liutaio; e per queste cose aveva passione e talento ma è stato bloccato nella realizzazione dei suoi sogni da eventi esterni: è un malato da curare col Prozac, col Lexotan o con costose e interminabili sedute di psicoterapia? Egli farà ancora più conti per pagarsi lo psichiatra o lo psicoterapeuta convinto di avere una malattia ma non vede che è proprio quel lavoro la causa della sua infelicità: è cosa nota che tra le cause di immensa infelicità vi è anche il non poter mettere a frutto i propri talenti naturali. Allora, basta spendere dallo psichiatra e dallo psicoterapeuta, metti via quei soldi e cambia lavoro!

La depressione e l’ansia vanno spente solo quando sono talmente forti da non consentire più al soggetto reagire; se no, vanno ascoltate: il dolore, l’avvilimento, l’astenia o l’angoscia  non sono sempre espressione di malattia ma possono essere preziosi segnali di un cervello che si rifiuta di andare avanti così

E tra le cause esterne e modificabili di infelicità, non ci sono solo condizioni di vita legate al tipo di lavoro o all’ambiente degradato, vi è anche:

  • la salute fisica, perché le malattie infiammatorie croniche, l’obesità, il diabete, i disturbi della tiroide e tante altre condizioni mediche possono essere direttamente causa di infelicità.
  • la mancanza di attività motoria, perché come dico sempre, l’attività muscolare regolare quotidiana è indispensabile per mantenersi in buon equilibrio psico-emotivo.
  • l’abuso di sostanze ricreative lecite come alcool, caffè e sigarette o meno lecite come le droghe, tra cui vorrei ricordare la Cannabis, che lungi dall’essere una droga leggera è invece tossica per il cervello.
  • Il vivere in contrasto con le proprie inclinazioni naturali
  • Solitudine e mancanza di affetti
  • La mancanza di interessi e d’amore per la conoscenza
  • L’uso scorretto di farmaci e psicofarmaci
  • L’inutilità biologica (mancata procreazione) e/o l’inutilità sociale (egoismo, difficoltà di socializzazione, disoccupazione)
  • Grossi problemi economici

Ho citato tutte queste cause di infelicità per ribadire che:

  1. prima di iniziare una persona agli psicofarmaci bisogna capire se è malato lui o è malato l’ambiente in cui vive
  2. prima di addentrarsi in profonde speculazioni psicologiche, costose, di incerta esistenza e di dubbia utilità si deve indagare le soprastanti cause di infelicità che sono chiare, comprensibili a tutti e modificabili.

E così spiego il perché, prima di dare psicofarmaci o di partire con tecniche di eliminazione dei sintomi, preferisco fare un’anamnesi accurata del paziente.

Un caro saluto,

Angelo Mercuri

(Ho scritto questo articolo recentemente per il quotidiano online “La Voce di Venezia”; se vuoi leggerlo in originale clicca sul sottostante logo della rivista)

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