Bromazepam (Lexotan)

Bromazepam (Lexotan*) è un farmaco della famiglia delle benzodiazepine, e come tutte le altre molecole della categoria ha proprietà ansiolitiche, anticonvulsivanti, ipnotiche, miorilassanti e amnesiche. In Italia è venduto con il nome commerciale di Lexotan.

Come tutte le benzodiazepine, il Bromazepam si lega al recettore del GABA causando un aumento dell’effetto inibitorio del neurotrasmettitore GABA e il suo effetto è selettivo, non influenzando gli altri neurotrasmettitori.

Nonostante il tono dell’umore migliori sensibilmente mentre si è sotto il suo effetto, Bomazepam non possiede alcun potere curativo della depressione anzi, a lungo andare la può provocare. Condivide con le altre benzodiazepine gli effetti collaterali quali il rischio di abuso, tolleranza e dipendenza fisica o psicologica. Come confermato da diversi psichiatri e diversamente da altri farmaci della stessa categoria la possibilità di abusare di questa sostanza è elevata perché è rapida sia l’insorgenza dell’effetto che il termine. Data l’emivita relativamente breve e la durata di azione tra le 8 e le 12 ore, i sintomi che si possono riscontrare al termine del periodo di efficacia del farmaco sono spesso molto più severi e frequenti rispetto alle benzodiazepine di durata più lunga. Viste queste caratteristiche il Bromazepam viene spesso prescritto come ipnotico per indurre più facilmente il sonno.

La metabolizzazione del bromazepam produce un’altra benzodiazepina con effetto terapeutico utile cioè l’idrossibromazepam.

Al seguente link troverete la scheda tecnica ufficiale di Lexotan redatta dall’ente governativo AIFA che in Italia si occupa di farmacovigilanza: https://farmaci.agenziafarmaco.gov.it/aifa/servlet/PdfDownloadServlet?pdfFileName=footer_000108_022905_RCP.pdf&retry=0&sys=m0b1l3

Buona lettura,

A. Mercuri

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Quetiapina

Cari lettori, di seguito troverete ciò che la scienza dice della quetiapina (Seroquel*) e che io riferivo nel settembre del 2018 quando scrissi l’articolo; successive letture ed esperienze professionali con questo farmaco però, mi hanno fatto cambiare un pò idea.  Al seguente link,  https://www.angelomercuri.it/psicofarmaci/quetiapina-aggiornamento-29-agosto-2019/ troverete l’aggiornamento. La mia impressione attuale (e non solo mia) è che questo prodotto abbia subito un’azione di marketing talmente potente da riuscire ad “influenzare” anche le opinioni degli studiosi. In ogni caso, il mio articolo resta sostanzialmente rigoroso e valido per tutto fuorchè per il meccanismo d’azione di quetiapina e quindi per la sua reale efficacia clinica. Buona lettura,

A. Mercuri

Ecco il mio primo articolo del settembre 2018:

“La quetiapina, commercializzata in Italia prevalentemente col nome commerciale Seroquel, appartiene ad un gruppo dei neurolettici noti come antipsicotici atipici (Aripiprazolo, Risperidone, Olanzapina) che, negli ultimi due decenni, sono diventati alternative diffuse agli antipsicotici tipici, che sono i classici aloperidolo, cloropromazina, promazina, prometazina) Continua a leggere

Troppi morti sulle strade

Ogni giorno assistiamo ad un bollettino di guerra sulle strade. Morti e feriti di tutte le età, tutto può finire in un attimo e per un istante di stanchezza, di distrazione, di euforia che rendono imprudente la guida. Oppure basta anche la sfortuna, quella di essere investiti senza avere alcuna responsabilità; e così la vita interrompe o si trasforma di colpo, quella nostra, quella dei nostri figli: dalla condizione di benessere con progetti, obiettivi, speranze, si passa direttamente al cimitero oppure in Ospedale, a vita. E tutto in un attimo, un fulmine a ciel sereno.

Questo è il progresso?

Ciò che a me salta agli occhi è la sproporzione, il divario tra l’importanza che diamo alla vita nostra e dei nostri cari, e la supina accettazione che tutto questo possa finire in modo stupido e senza una ragione. Riflettiamo su questo: cosa è l’automobile? A cosa serve veramente? Ha aumentato la nostra felicità? Quante volte la prendiamo senza motivo?

Io sono fermamente convinto che l’automobile abbia rovinato il mondo.

Capisco che molta gente vive in orrende periferie di città, ambienti in cui l’automobile è un indispensabile mezzo di fuga dalla morte psicologica, da un quartiere dormitorio senz’arte, senza natura, senza cultura; ma ricordiamoci sempre che tanta bruttezza è stata proprio l’automobile a crearla, consentendo l’espandersi smisurato delle città. Perché accettare tutto questo senza ribellione? Perché tanta passività? Facciamoci belle le nostre città, il nostro ambiente, l’ambiente in cui viviamo: e cerchiamo di smettere l’abitudine assurda di dover sempre fuggire dal nostro ambiente ogni volta che abbiamo un po’ di giorni liberi.

Per ora mi fermo qui, ma ben presto tornerò sull’argomento automobile. Intanto riflettete sull’automobile come strumento di tristezza e morte: guardatela, per favore, per quello che realmente è! E nel frattempo, guidate piano e con prudenza.

Angelo Mercuri

 

Perchè detesto la globalizzazione

Io, anche come psicoterapeuta, sono convinto che la strada giusta per tornare a vivere in modo più naturale e quindi più felice, sia rilocalizzare, all’opposto cioè del globalizzare.

L’essere umano infatti ha da sempre avuto un proprio territorio limitato in cui vivere, in modo assoluto almeno da 13 mila anni a questa parte (da quando cioè è diventato stanziale); Continua a leggere

Nazionalismo

Un sano e forte orgoglio nazionalistico e patriottico è la salute di un Paese. Senza questo un Paese non esiste. La globalizzazione, che vorrebbe annullare ogni senso di identità nazionale nelle persone, è solo una abietta manovra commerciale delle Multinazionali che vogliono uno squallido mondo standardizzato dove vendere meglio i loro standardizzati prodotti.

Case editrici oggi

Fino a qualche decennio addietro la Casa Editrice era una garanzia per l’utente che acquistava un libro: se cioè una nota casa editrice si pubblicava un certo libro, significava che quel libro era di valore. Oggi purtroppo non è più così. Continua a leggere

Amore per la Croazia

Io amo molto la Croazia e, appena posso ci vado. Mi piace la sua bellezza naturale non eccessivamente inquinata dalla presenza umana; la densità di popolazione in Croazia è infatti molto bassa, appena di 75 abitanti per km/q mentre in Italia, che è rovinata dall’antropizzazione eccessiva è in media di 200, quasi 3 volte tanto.

Mi piace poi il carattere della gente che sa godere di quello che ha oggi, sa accontentarsi e ha forte il senso dell’amiciza.

I croati amano il proprio paese, sono orgogliosi di essere croati, accettano un regolato e rispettoso turismo ma non si fanno adulatori per incentivarlo.

La ragazze, lavoratrici e fiere, non si lasciano affascinare dallo straniero occidentale ricco ma sono fortemente attratte dalle qualità dei compaesani: forza, virilità, apertura sociale, individualismo moderato che non scivola nella pusillanime autoprotezione, nel narcisismo e nella ripiegatura egoistica sul proprio meschino orticello personale di affarucci e salute.

Qui le lascive mode occidentali sono poco simpatiche, le droghe sono ancora quelle dei propri bisnonni: vino, tabacco e caffè; la vita sociale è fatta di incontri occhi negli occhi e non di “social networks”; non c’è simpatia per la confusione di genere e ruoli sessuali ma c’è la sana e istintiva convinzione che i modelli tradizionali di uomo e di donna sono quelli psicologicamente e sessualmente più attraenti e vincenti; la società croata accetta l’esistenza delle minoranze e le rispetta ma pretende che, in quanto minoranze, non intacchino i diritti della maggioranza.

La Croazia è una Nazione che ha una storia contrassegnata da lunghi periodi di autonomia ben gestita, è un Paese forte e fiero che non ha bisogno di promiscuità, annacquamenti e globalizzazioni; la gente del posto, di ogni età, è favorevole all’autonomia e contenta d’avere ancora la propria moneta e le frontiere coi gendarmi e spera che i tentativi della Slovenia di espellerla dall’Unione Europea, siano coronati da successo.

Angelo Mercuri

Anteprima Walser

Robert Walser

Robert Walser (1878 –1956) scrittore e poeta, nacque a Bienne in Svizzera da una famiglia povera e numerosa (8 fratelli) che non fu in grado di mantenerlo agli studi. La madre, definita emotivamente fragile, morì giovane; come la madre, anche lo scrittore e almeno due suoi fratelli ebbero gravi problemi mentali.

Lavorò presto come impiegato senza alcuna passione, poi tentò, senza successo, di diventare attore. Fino ai 27 anni visse prevalentemente a Zurigo, anche se cambiò continuamente abitazione trasferendosi per brevi periodi in altre città. A 27 anni Walser si iscrisse ad un corso per diventare servitore, dopo il quale viene assunto come cameriere nel castello di Dambrau (Alta Slesia).

Lo scrittore celebrerà in tutti i suoi testi successivi l’ideale del servire e i protagonisti dei suoi libri saranno sempre servitori o vagabondi.  Successivamente, si trasferì a Berlino dove il fratello Karl Walser, famoso scenografo, lo presentò ad alcuni intellettuali, editori e teatranti. Occasionalmente, Walser lavorò in quel periodo come segretario per una società artistica.

Oltre ai romanzi, scrisse molte prose brevi, nelle quali delineò, in un linguaggio gioioso e soggettivo, la figura di un giovane vagabondo cittadino che ama camminare e guardare il mondo con stupore: la maggior parte del suo lavoro è composto di brevi storie – acquarelli letterari che sfuggono ad una categorizzazione precisa.

A 35 anni Walser, dopo aver tentato di entrare a far parte dei salotti berlinesi introdottovi dal fratello Karl, decide che la vita mondana non fa per lui e da Berlino torna a piedi in Svizzera, stabilendosi a Bienne, suo paese natale. Qui visse per un breve periodo con sua sorella Lisa nella casa di cura a Bellelay, dove lei lavorava come insegnante. Lì conobbe Frieda Mermet, una stiratrice con la quale entrò in rapporti di grande amicizia: Robert aveva sentimenti di profonda simpatia e di ammirazione per le sue qualità umane e materne. Tra loro si instaurò una fitta corrispondenza che dal 1913 si protrasse per quasi trent’anni.

Ancora a Bienne, dopo un altro breve periodo trascorso con il padre, lo scrittore decise di alloggiare  in una mansarda dell’albergo Zum Blauen Kreuz e vi rimase sette anni.

Walser, che era sempre stato un passeggiatore entusiasta, in quel periodo di quasi esclusivo isolamento, accentuò la propria attitudine facendo lunghe camminate, spesso anche notturne.

Nelle storie di questo periodo, i testi sono scritti dal punto di vista del passeggiatore che cammina tra quartieri sconosciuti alternati a scherzosi scritti su autori e artisti; ed è di questo periodo

“La Passeggiata” (leggine alcune pagine), uno dei più bei racconti brevi di Walser; un racconto solare, in cui è racchiusa tutta la gioia che si prova nel passeggiare in un ambiente noto come il proprio paese, bello e curato dal punto di vista ambientale e confortante perchè abitato da amici e conoscenti coi quali ci si incontra per via: esattamente l’opposto della globalizzazione, del turismo e dell’immigrazione di massa, tutte cose che, colla deleteria regia dell’interesse economico, hanno tolto ai residenti la gioia di vivere a casa propria obbligandoci tutti, nei giorni liberi, alla fuga dal nostro ambiente divenuto ormai di tutti e di nessuno: una fuga “altrove”, nonostante la stanchezza, le code in macchina e gli incidenti.

Durante la prima guerra mondiale, Walser ricevette cinque chiamate militari. In tre anni poi, dai 35 ai 38 anni perse due fratelli giovani, malati di mente, uno dei quali, professore di geografia a Berna, morì suicida. Walser in quel periodo rimase molto isolato anche a causa della guerra che aveva interrotto ogni comunicazione con la Germania. Anche se lavorava duramente, riusciva a stento a mantenersi come scrittore quindi a 41 anni si trasferì a Berna per lavorare all’ufficio dei registri pubblici. Cambiò spesso abitazione conducendo una vita molto solitaria.

Durante il periodo bernese, lo stile di Walser divenne più radicale. In una forma sempre più condensata, scrisse in microgrammi, così chiamati perché scriveva a matita in una grafia minuscola e difficile da decifrare. Con questo stile scrisse poemi, drammi e novelle. In questi testi, il suo stile giocoso e soggettivo mutò verso una maggiore astrazione: molti testi di quel periodo si svolgono su livelli multipli – possono essere letti come ingenui e scherzosi feuilleton o come complesse trame piene di allusioni.  Walser leggeva la letteratura d’autore così come quella minore e amava reinventare ad esempio la trama di una novella pulp in modo tale che l’originale fosse irriconoscibile. Era forse già questo un sentore di malattia mentale?

Intorno ai cinquant’anni Walser – che soffriva di crisi d’ansia e di allucinazioni – si presentò, sollecitato dalla sorella Lisa, nella clinica Waldau di Berna. Nelle cartelle mediche era scritto: Il paziente confessa di sentire voci.

Per questa ragione, si può dire che scelse volontariamente di essere ricoverato. Durante la permanenza nella casa di cura, le sue condizioni mentali tornarono alla normalità, e riprese a scrivere e a pubblicare. Sempre più utilizzò un mezzo di scrittura che chiamò il metodo della matita: scrisse poemi e prose in stile sütterlin (una forma di gotico corsivo) molto piccolo, con caratteri alti circa un millimetro. Werner Morlag e Bernard Echte saranno i primi a tentare di decifrare questi scritti, pubblicando nel 1990, un’edizione in sei volumi di Aus dem Bleistiftgebiet.

Intorno ai 55 anni e contro la sua volontà Walser venne trasferito al sanatorio di Herisau nel suo cantone di origine, dove rimarrà per il resto della vita; cesserà ogni attività di scrittore.

Il curatore delle sue opere tentò di riaccendere in Walser l’interesse per la scrittura pubblicando alcuni dei suoi lavori. Nel frattempo morirono il fratello Karl e la sorella Lisa. Malgrado lo scrittore non avesse mostrato più alcun segno di malattia mentale da lungo tempo, si mostrò quasi sempre irascibile, rifiutandosi di lasciare il sanatorio.

Morì nel pomeriggio di Natale del 1956 a 78 anni, durante una solitaria passeggiata in un campo innevato. Il suo valore di letterato fu riconosciuto solo post-mortem. In Italia le sue opere furono pubblicate solo a partire dagli anni sessanta.

 

Scientismo & Tecnocrazia

In questi ultimi giorni ho seguito una lezione di psichiatria biologica dove i relatori illustravano le ultime scoperte nel campo delle neuroscienze applicate alla psichiatria; cose belle e affascinanti, da sapere: il cervello dell’ adolescente è ancora strutturalmente immaturo, l’insonnia, la depressione, la solitudine, provocano evidenti modificazioni materiali del cervello. Inoltre si è discusso di epigenetica, quella branca della genetica che studia le modificazioni reversibili cui il nostro DNA va incontro in seguito all’esperienza (ambiente, circostanze di vita); la cosa più sorprendente è che tali modificazioni del DNA sono trasmissibili alla prole: se una madre è depressa durante la gestazione, trasmette al figlio per via genetica la tendenza ad ammalarsi a sua volta di depressione.

Ancora, si è parlato di longevità  e delle cause di invecchiamento precoce.

Quello che mi ha colpito di più però, è stata la conclusione degli scienziati: per mantenersi sani a lungo, bisogna fare una vita sana e tradizionale: dal grafico proiettato hanno evidenziato come il benessere suddetto sia inversamente proporzionale alla modernizzazione; studiando gli ultracentenari ad esempio si è visto come questi sono solitamente contadini abituati ad alzarsi prestissimo al mattino e a fare una vita di lavoro fisico in un ambiente naturale. E la mia conclusione è stata un’ulteriore conferma di quanto già penso da tempo: le malattie mentali oggi sono enormemente aumentate a causa di un ambiente ed uno stile di vita artificiale rovinoso per la salute mentale.

Se soffrite di disturbi mentali, ricordatevi che molto probabilmente non siete malati voi ma è malato lo stile di vita innaturale che vi costringono ad avere: non mandate giù pillole ma reagite, ribellatevi con rabbia (in modo non violento ma costruttivo, sia chiaro!) contro una società costruita sull’interesse economico e governata da pochi grandi industriali. Ricordate che la potenza, a questi, siamo noi a darla comperando i loro squallidi prodotti e noi stessi potremmo togliergliela. Riflettete su questo punto e su altri, formatevi ideali e convinzioni, non fatevi ridurre a malati mentali da una società che spreca la maggior parte delle risorse economiche in inutili ricerche scientifiche e in dannose applicazioni tecnologiche per allontanarvi sempre più dallo stile di vita unico possibile per la felicità vostra e dei vostri figli: quello tradizionale. Anche gli scienziati lo dicono, dopo decenni di ricerche e miliardi spesi per arrivare dove il buon senso era già arrivato da secoli.

Angelo Mercuri