Attenzione agli antidepressivi: un promemoria
Gentili lettori, pubblico qui un semplice articolo scritto da me in questi giorni per un periodico della mia città: uso parole semplici perché il messaggio è rivolto ad un pubblico comune ma può servire come promemoria e riassunto per tutti voi riguardo alla cautela da usare prima di iniziare una terapia con antidepressivi.
Da due anni a questa parte, prima con la pandemia Covid e ora con la guerra in Ucraina, l’umanità sembra essere entrata in una fase nuova caratterizzata da un’atmosfera psico-emotiva cupa e da una disposizione d’animo grigia. Facile è, in tale contesto, cercare sollievo rapido nella chimica e in particolare nei farmaci antidepressivi ( Zoloft, Sereupin, Brintellix, Efexor, Cipralex, Cymbalta, sono ormai nomi familiari a tutti); tali antidepressivi, per funzionare, devono essere assunti continuativamente per circa 1 mese e la cura va poi proseguita per almeno 6 mesi.
Ma sono davvero “pillole della felicità”? La risposta ovviamente è: NO!
Gli antidepressivi sono necessari e funzionano bene solo nelle depressioni molto gravi mentre in quelle leggere o medie sono assai poco efficaci: essi non sono quindi sostanze stimolanti o euforizzanti in grado di innalzare il tono dell’umore di chiunque; il loro utilizzo inoltre, è gravato da una serie di effetti collaterali che puoi accettare se l’efficacia è notevole (come nelle gravi depressioni) ma non se l’efficacia è minima (come nelle depressioni lievi dette anche distimie).
Quello che non molti sanno poi è che l’antidepressivo non cura la depressione ma ne copre soltanto i sintomi (come la tachipirina per la febbre); come lo sospendi, tutto di solito torna come e peggio di prima. Se quindi decidi di non sospenderlo e utilizzarlo magari a vita come fosse una protesi chimica, devi sapere che l’antidepressivo funziona (se funziona) solo per alcuni anni, dai 2 ai 5 al massimo ma poi non funziona più, nemmeno aumentandone il dosaggio e spesso nemmeno cambiando molecola: a questo punto la depressione torna nonostante si continui ad assumere il farmaco. Perché avviene questo?
Avviene perché il cervello, col passare del tempo, si abitua alla molecola a tal punto da riuscire ad annullarne l’effetto: della depressione andrebbe trovata e rimossa la causa perché se agisci solo sui sintomi, rischi di innescare una controreazione del cervello che tenta di riprendersi la sua depressione che in quel periodo, per motivi a noi sconosciuti, lui vuole.
Gli errori più comuni che portano a cominciare una terapia antidepressiva qualora non ve ne sia necessità, sono:
- Mi devo curare se no peggioro o la depressione si cronicizza
Non è vero. La mente umana è stupendamente in grado di creare compensi ai disagi emotivi, basta lasciarle il tempo di organizzarsi senza turbarla con sostanze chimiche estranee. La condizione che rende necessaria una terapia farmacologica per la depressione si presenta qualora ansia e depressione siano talmente forti da impedire di attuare strategie di cambiamento; la necessità di una terapia psicofarmacologica cioè, esiste solo qualora la persona non sia più in grado di reagire.- Non sono molto depresso ma voglio stare meglio
Questo è uno degli errori più comuni: gli antidepressivi non agiscono nelle depressioni medie o leggere e se anche dessero un modesto miglioramento dell’umore, gli effetti collaterali a breve e a lungo termine ne annullerebbero di gran lunga i benefici.- Prendo antidepressivi pur non essendo depresso, per alleviare ansia, insonnia, ossessioni
Non ne vale la pena, se anche la molecola dovesse funzionare in tali casi, lo farebbe per un breve periodo ma poi i suddetti sintomi tornerebbero nonostante la terapia, aggravati e complicati da uno stato depressivo che prima non c’era.- Gli psicofarmaci curano e possono far guarire
Non è vero, in medicina solo gli antibiotici curano la malattia spegnendo l’infezione; gli antidepressivi invece danno solo momentaneo sollievo ai sintomi ma non modificano in modo permanente la biochimica del cervello anzi, tendono a peggiorarla. Fin che li assumi il sollievo persiste (solo per qualche anno) ma come li sospendi tutto solitamente torna come prima o anche peggio.
Concludo esortando i lettori a seguire questi principi:
- Cominciate una terapia antidepressiva solo qualora la depressione sia talmente forte da impedirvi di reagire o se mette a rischio la vostra incolumità fisica; fin che avete invece la forza per lottare escludendo la chimica (droghe e alcol compresi, si intende!), fatelo: i farmaci antidepressivi attualmente in uso alleviano i sintomi della depressione ma tendono contemporaneamente ad aggravarla poiché innescano una controreazione del cervello. Devono quindi essere una scelta estrema, di emergenza contro la depressione e mai la prima opzione come invece troppo spesso capita
- Evitate di assumere antidepressivi nel caso di depressioni leggere oppure per semplice insonnia, ansia o forme ossessive.



Trovo che il suo articolo sia fuorviante.
Le patologie psichiatriche non differiscono da tutte le altre per le quali a quanto pare non è sufficiente la forza di volontà (vedi diabete, ipertensione per citarne alcune).
Il suo discorso instilla il dubbio di non essere capaci di re-agire, o addirittura di non volerlo fare, rafforzando il concetto che chi si cura è una persona fragile.
Le parole vanno usate con cautela.
Non ho mai detto che gli antidepressivi vanno banditi ma semplicemente che vanno usati solo in pochi casi selezionati di grave depressione, quando la capacità di reagire è persa. Se lei facesse il mio lavoro vedrebbe quanti giovani sono stati rovinati da terapie antidepressive iniziate per disturbi medio-lievi che potevano essere risolti diversamente. E’ inoltre molto riduttivo dire che la depressione è una malattia come quelle del corpo: ho visto molte persone guarire da depressioni severe senza farmaci ma solo cambiando lavoro, ad esempio, oppure trovando un compagno/a di vita mentre è raro che le malattie fisiche guariscano solo cambiando tali circostanze. Ci sarà un motivo, no? E poi la depressione di per sè, non è una malattia fino a che non raggiunge il livello di totale passività ma è anzi un indispensabile meccanismo naturale, come una spia rossa che si accende quando la Natura vuole segnalare all’individuo che qualcosa non và nella sua vita per spingerlo così a fermarsi, a riflettere e a cambiare. Buttare giù un farmaco in tali casi è come spegnere l’allarme antiincendio senza preoccuparsi dell’incendio.
Salve, soffro di depressione da sempre e cerco di contrastarla anche farmacologicamente da quando avevo 32 anni (oggi ne ho 50) e ho perso in pochi anni entrambi i genitori per carcinoma, restando sola perché figlia unica e, per giunta, non sposata, senza figli etc.
Sono psicologa, tra l’altro, ma ho potuto iniziare gli studi universitari da adulta, a 36 anni, dopo essermi parzialmente ripresa dalla morte di mia madre, che è stata a sua volta depressa da quando sono nata (suo esordio con grave depressione post partum dopo mia nascita) e il cui accudimento – rivestendo io stessa una figura genitoriale-accudente-contenitiva per lei, a detta delle tre importanti psicoterapeute della mia vita- mi aveva precedentemente impedito di intraprendere e conseguire gli studi accademici in psicologia, come desideravo fare da quando ero adolescente, al ginnasio.
Mi sono quindi immatricolata al corso di laurea a 36 anni, laureata alla triennale nel 2016, poi iscritta alla magistrale-specialistica laureandomi – con tempi dilatati – nel 2023, proprio a causa della depressione. Dal 2018 conduco corsi di formazione in Enneagramma delle Personalità con due colleghi e, soprattutto, amici ventennali psicoterapeuti, conosciuti durante la formazione in Enneagramma delle Personalità dal 2008 al 2016. Tutto ciò che sto scrivendo corrisponde totalmente alla verità, dal 2018 abbiamo anche una pagina Facebook che rende conto dei nostri corsi, ad esempio.
La depressione mi ha finora impedito di ultimare la mia formazione con la scuola di specializzazione post laurea ma confido di riuscirci, un giorno. Il mio sostentamento economico non deriva dalla mia formazione e atavica passione per lo studio della psiche (i corsi di Enneagramma rispondono principalmente al nostro bisogno-piacere di divulgare la materia per i miei colleghi e per me, non sono una vera fonte di reddito praticando prezzi politici e tenendone solo due all’anno) ma da ciò che mi ha lasciato il mio adoratissimo papà, che ringrazio ogni giorno, con i frutti del suo lavoro e dei suoi risparmi.
Scrivo unicamente per confermare OGNI parola espressa dal dott Mercuri in questo articolo e in risposta alla lettrice: nella mia ormai (purtroppo) ventennale esperienza con la depressione tutto l’andamento della patologia ha rispecchiato integralmente quanto sostenuto dal dottore, sia nel male che nel bene, ovvero sia rispetto alla cosiddetta assuefazione agli antidepressivi che, dopo tot tempo, non producono più benefici ma solo effetti collaterali che alla possibilità di miglioramento a seguito di importanti eventi o cambiamenti positivi a livello esistenziale e affettivo, a prescindere da qualunque integrazione farmacologica e psicoterapeutica.
Ci tenevo a dare il mio contributo in questa direzione, salutando cordialmente.
Grazie Marialessandra per l’esperienza che ha riportato e per il suo importante contributo.
Buongiorno dottore,
Le chiedo un suo parere sulla mia situazione con gli antidepressivi.
Ho fatto uso di essi dalla meta’ degli anni 90 sino a 3 mesi fa.
Nel tempo ho assunto soprattutto paroxetina, negli ultimi anni Afranil 25 mg. Tre mesi fa ho deciso di sospendere perché non mi sembrava che l’antidepressivo mi desse più grande beneficio ed ho voluto mettermi alla prova per vedere se ce l’avrei fatta ad andare avanti senza più assumere antidepressivi. Purtroppo a distanza di tre mesi di astinenza completa il mio rumore È tornato basso e non mi fa stare bene, soprattutto al mattino, dopo cena e anche durante il giorno, in particolare se non sono impegnato a fare qualcosa. Io ho letto attentamente i suoi pareri e lei ha ripetutamente sostenuto che sarebbe preferibile fare un uso solo temporaneo, periodico degli antidepressivi, evitando di assumerli per sempre. Le chiedo: secondo lei è preferibile che io continui a non assumere antidepressivi sperando che il mio organismo piano piano piano, mese dopo mese, si assesti su una situazione di nuovo relativo benessere ? Oppure è meglio che i No cerchi di porre fine al mio attuale malessere ( pensieri bui, ansia) e riassuma una dose adeguata di Anafranil, sperando poi di stare meglio? Anch’io razionalmente ritengo che sarebbe preferibile non prendere antidepressivi per tutta la vita, ma se l’astinenza dai essi mi fa stare peggio, come posso evitare di prenderli? Le sarò molto grato di conoscere il suo parere. La saluto cordialmente
Buonasera, dopo così tanti anni di utilizzo sarà difficile togliere tutto. Provi ma non saprei dirle quanto tempo durerà l’astinenza. Alle volte una piccola dose di Litio aiuta a superare l’astinenza da antidepressivi. In ogni caso, se anche ormai dovesse prendere una piccola dose di mantenimento di antidepressivi non sarebbe un dramma.
Dottore sto cercando con l approvazione dello psichiatra di scalare efexor 150mg ne ho tolti 37,5 ma ho incominciato a non stare bene sono tornati i pensieri ossessivi e la depressione mi può aiutare?la prego mi aiuti non so più che fare