Prossemica
Il termine prossemica è un neologismo coniato nel 1963 dall’antropologo Edward T. Hall per indicare Continua a leggere
Il termine prossemica è un neologismo coniato nel 1963 dall’antropologo Edward T. Hall per indicare Continua a leggere
Da ” Le Scienze”, settembre 2013
La ricerca di avventure esensazioni forti non è più una caratteristica tipicamente maschile Continua a leggere
Butto giù queste note stimolato dalla recente lettura di due articoli che, per quanto dissimili, mi paiono accomunati da un sottile filo, a mio giudizio alquanto preoccupante: la crescente spinta da parte della cosiddetta opinione pubblica – ma, seppure sotto un diverso profilo, anche di un’ampia quota di “addetti ai lavori” – a decentrare ulteriormente il focus d’attenzione del professionista della salute mentale da quello che, invece, non può che esserne la “Stella Polare”, e cioè il paziente in quanto essere umano che soffre.
Il primo articolo (Paolo Saccò, “Folle uccide, condannata psichiatra”, su www.lettera43.it) riporta un fatto di cronaca, invero risalente ad alcuni mesi fa: la condanna di una psichiatra francese, ad opera del Tribunale di Marsiglia, per un omicidio perpetrato da un paziente che aveva in cura.
La sentenza dei Giudici d’Oltralpe – in Francia, la prima di tale tenore – si allinea ad un filone che la giurisprudenza nostrana, invece, percorre già da qualche anno. Circa tale ormai consolidata tendenza dei magistrati a ravvisare, in capo allo psichiatra, profili di “responsabilità per fatto altrui” è in corso da tempo un acceso dibattito, nel quale ci si interroga sia su questioni di ordine squisitamente tecnico (le peculiarità della responsabilità professionale dello psichiatra) sia, più in generale, sul ruolo della psichiatria nella società.
Svolgo per punti qualche considerazione:
Andavo interrogandomi, nello scrivere queste righe, se le mie considerazioni non stessero sempre più assumendo i contorni di una campagna a difesa della professione che esercito. A ben vedere, credo sia un falso problema: in questo ambito, come forse in nessun altro, il sanitario ed il suo paziente si trovano “sulla stessa barca”; e ciò in quanto degradare il ruolo della psichiatria a mero “braccio sanitario della Pubblica Sicurezza” equivale, dalla parte del malato, ad alimentare lo stigma che fa coincidere l’insanità mentale con la pericolosità e, soprattutto, equivale a sacrificare la dignità e centralità della persona portatrice di sofferenza psichica a favore di beni ed interessi “altri”.
Tale mortificazione (e marginalizzazione) del malato mentale alligna anche, sotto un diverso punto di vista, in un secondo articolo (Giuliana Proietti, “Perché la psichiatria contemporanea è in grave crisi”, su www.huffingtonpost.it), questo di pochi giorni fa. L’Autrice esamina la prolungata e profonda crisi della psichiatria, e segnatamente della ricerca in ambito psichiatrico, desumibile dal suo essersi quasi totalmente appiattita, a suo dire, sulla mera compilazione di manuali diagnostici. Auspica quindi il superamento del sistema dei vari DSM (“Manuale Diagnostico e Statistico per le Malattie Mentali” di cui sta uscendo in questi giorni negli Stati Uniti la Quinta Edizione) in una direzione “più scientifica”: nello specifico, riporta le opinioni di esperti di enorme autorevolezza che stanno promuovendo un abbandono della classificazione delle malattie mentali su base sintomatologica a favore di un sistema fondato su criteri genetici, neurali e cognitivi, che siano oggettivabili tramite tecniche di diagnostica strumentale.
Faccio una brevissima digressione: agli studenti di Medicina viene insegnato come la semeiotica (la branca che si occupa dell’esame dei “dati” del paziente, una determinata “costellazione” dei quali permette di diagnosticare una data patologia piuttosto che un’altra) distingua tra “sintomi” e “segni”, i primi essendo quei dati “soggettivi” che solo il malato può percepire, e quindi fornire (ad esempio, il dolore, la sua qualità, la sua ubicazione, ecc.; oppure, in ambito psichiatrico, la tristezza, l’angoscia, le allucinazioni, ecc.), i secondi essendo dati “oggettivi” in quanto osservabili da soggetti esterni, e talora misurabili tramite strumenti ( ad esempio, la febbre, una tumefazione, la glicemia, ecc.; oppure, in ambito psichiatrico, il pianto, un dato comportamento bizzarro, ecc.).
Tornando all’articolo, ho la netta e sgradevole impressione che la direzione ivi suggerita dai Colleghi che l’Autrice cita, più che un superamento del sistema DSM, ne costituisca la radicalizzazione. Già il DSM, infatti, si pone espressamente l’obiettivo di oggettivare la malattia mentale al fine di rendere quanto più condiviso il lessico tra i professionisti che se ne occupano. Pur non essendo un grande sostenitore del DSM, mi pare che giammai esso cerchi di oggettivare il malato mentale: la valutazione di quest’ultimo continua a passare, e non potrebbe essere altrimenti, dall’osservazione della sua esperienza umana da parte di un altro soggetto, lo psichiatra; il quale, dal canto suo, deve attenersi ad una specifica nomenclatura nel designare ciò che cade sotto i suoi sensi e ad una specifica classificazione nel raggruppare in diagnosi i dati di cui è entrato in possesso con tale metodo.
Ora, se la cura dell’individuo portatore di disagio psichico deve passare attraverso un giudizio sullo stesso, ai fini diagnostici, che non è più fondato su ciò che egli prova e percepisce e su ciò che, di converso, fa provare e percepire allo psichiatra nell’ambito di quella particolare relazione umana che si instaura tra medico e paziente, ma è mera raccolta di risultanze di laboratorio – un esame liquorale, una scansione del Sistema Nervoso Centrale tramite tecniche di neuro-imaging –, non è lecito chiedersi, una volta di più: “E il paziente, dov’è?”.
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