Cosa spinge alcune adolescenti a morire di fame?

La ragazza adolescente che si cimenta in una dieta dimagrante è molto comune oggi, ma solo poche, appena una su duecento, diviene anoressica. Nella progressione da dieta per desiderio di magrezza a delirio pericoloso per la vita, giocano una serie di sfortunate coincidenze fatte di personalità, educazione, modello culturale, ma vi è anche una componente fisica innescata dal prolungato digiuno: la fame e la conseguente malnutrizione, innescano in chiunque, anche nelle persone non predisposte all’anoressia nervosa, meccanismi fisiologici primordiali tesi alla sopravvivenza che, se mantenuti attivi troppo tempo per l’assurda determinazione a dimagrire, finiscono per facilitare la progressione della malattia.
Perché il digiuno prolungato favorisce la progressione dell’anoressia?
La fame, essendo una condizione potenzialmente mortale per l’individuo, innesca atavici e potenti meccanismi psicofisici di sopravvivenza finalizzati alla ricerca del cibo: aumento dell’ansia, della vigilanza, delle prestazioni psicofisiche, diminuzione del sonno, focalizzazione ideo-affettiva ossessiva sul cibo, disinteresse per tutto ciò che può essere svolto dopo, quando rientrerà l’emergenza: amore, sesso, amici, piani per il futuro; tutto questo può aspettare. Infatti, associata alla fame e alla magrezza, vi è la potente attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene che inizia con la secrezione ipotalamica di CRF (fattore stimolante l’ipofisi), passa attraverso la secrezione di ACTH ed endorfine dall’ipofisi e termina con la secrezione di cortisolo e catecolammine (adrenalina, noradrenalina) dalle ghiandole surrenaliche.
Inizialmente, l’attivazione di questa condizione di emergenza, rende la persona affamata euforica, iperattiva, super sveglia, svelta e scattante e questo benessere iniziale, rinforza nell’adolescente digiunatrice il convincimento che dimagrendo si sta meglio. A lungo andare però, tale condizione di iperattività non placata dall’introduzione di cibo finisce per esaurire esitando in depressione ansiosa, comportamento ossessivo e sindrome delirante. Alti livelli cronici di CRH, catecolammine e cortisolo (ormone dello stress), oltre a distruggere il fisico per consunzione, danneggiano il tessuto cerebrale soprattutto in alcune zone (ippocampo e corteccia prefrontale mediale) tant’è che, nel complesso, è ben visibile un rimpicciolimento del cervello. Ancora, il prolungato digiuno, fa diminuire l’efficacia degli ormoni tiroidei e dell’ormone della crescita, favorendo depressione e ritiro sociale, anche questi fattori di rischio per la progressione della malattia. Inoltre, col prosciugamento del tessuto adiposo, dalle cui cellule viene prodotta, cala anche la quantità di Leptina circolante, un ormone in grado di stimolare l’appetito e di smorzare il circuito dello stress su menzionato.

Ma allora se un’adolescente inizia una dieta e diminuisce di peso, rischia di diventare anoressica?
I reduci dai campi di prigionia, pur avendo mangiato pochissimo, avendo livelli di leptina molto bassi e avendo anch’essi il tessuto cerebrale sofferente per la prolungata attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, tornano al peso forma una volta liberati, mangiando con avidità, appena possibile. Questo significa che non è sufficiente mettersi a dieta per ammalarsi di anoressia ma ci vuole anche l’assurdo convincimento iniziale che il farlo sia un bene, convincimento rafforzato poi, con un meccanismo a circolo vizioso, dal prolungato digiuno e dalla conseguente magrezza. Diciamo che il digiuno rende eccitati, ossessivi, fanatici ma non crea il tema del convincimento: semplicemente amplifica ed estremizza le convinzioni già preesistenti.
E’ chiaro tuttavia che, se si vede un’adolescente digiunare ad oltranza, bisogna tenerla sorvegliata ed indagare sulle sue motivazioni e convinzioni; senza panico però, perché la maggior parte delle adolescenti che intraprende una dieta dimagrante, non progredisce verso l’anoressia nervosa ma si limita a fare quell’esperienza per imitazione, per curiosità, oppure perché portata a farlo ma tornando poi, nel 99,5% dei casi, perfettamente normale.

A. Mercuri

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