Caffeina

La caffeina, principio attivo stimolante di caffè e the, ha un effetto ben noto: aumenta la vigilanza, migliora l’apprendimento, alza l’umore, aumenta la forza muscolare e la resistenza alla fatica.
E’ chimicamente simile ad un neuromodulatore del cervello, l’ADP (adenosindifosfato), che ha però, al contrario, funzioni inibitorie: la caffeina, quando trova vuoti i recettori dell’ADP ci si lega impedendo al legittimo proprietario di entrare ed agire. Pur essendo strutturalmente simile all’ADP, la caffeina tuttavia non esercita alcun effetto a parte quello di bloccare l’azione dell’ADP.
Ma qual è l’effetto dell’ADP?

Esso è un prodotto di degradazione del famoso ATP, la moneta energetica dell’organismo: quando il cervello è stanco, accumula ADP e questo inibisce il rilascio di neurotrasmettitori eccitatori come il glutammato, l’acetilcolina, la dopamina, la noradrenalina e lo fa per dare riposo al cervello. La caffeina pertanto, bloccando questa fisiologica modulazione operata dall’ADP, mantiene attivo il cervello nonostante la stanchezza.
Sempre in dosi moderate e adattate alla singola persona, la caffeina produce anche un miglioramento delle prestazioni sportive perché, agli effetti su riportati, si somma la sua azione diretta sul muscolo che consiste in 1) aumento di concentrazione citoplasmatica di joni calcio (Ca++) e potassio (k+) a disposizione delle miofibrille contrattili con aumento della forza contrattile e 2) attivazione dell’enzima ossido nitrico sintetasi da parte del Ca++ con conseguente produzione di ossido nitrico il quale, essendo un vasodilatatore, migliora l’afflusso di sangue al muscolo (lo stesso effetto del Viagra sui vasi del pene)
La caffeina attraversa facilmente tutte le barriere dell’organismo tanto che essa comincia ad essere assorbita già dalla mucosa della bocca; esistono gomme da masticare alla caffeina che danno un effetto pressochè immediato.
L’emivita media della caffeina è di 3-5 ore ma può modificarsi molto per genetica, fumo di sigaretta (accorcia l’emivita), dieta, presenza di malattie epatiche (allungano l’emivita), gravidanza (allunga l’emivita), contraccettivi orali (allungano l’emivita).
La sensibilità alla caffeina può variare moltissimo, per motivi genetico-ereditari, da individuo ad individuo: è cosa nota che esistono persone alle quali una sola tazzina di caffè provoca disturbi insopportabili, mentre altre persone possono bere il caffè prima di dormire; la densità e la sensibilità dei recettori adenosinici nonché la velocità di smaltimento della caffeina possono infatti variare molto da individuo ad individuo.
La caffeina, consentendo il rilascio dei neurotrasmettitori eccitatori su citati, agisce stimolando diverse regioni cerebrali: ippocampo (memoria), corteccia cerebrale (velocità di ragionamento, funzione mentali superiori), cervelletto (equilibrio e coordinazione motoria), corpo striato (automatismi motori e tono muscolare) nucleus accumbens (senso del piacere).
Per le sue proprietà dopaminergiche la caffeina contrasta i sintomi del Parkinson e ,sembra, ne previene l’insorgenza
La caffeina però inibisce il rilascio di serotonina, tant’è che contrasta in parte l’effetto degli antidepressivi serotoninergici e favorisce la disforia e l’aggressività. Inoltre, ad alte dosi, facilitando il rilascio di glutammato dai neuroni corticali, può facilitare l’insorgenza di crisi epilettiche.
In alcuni soggetti sensibili inoltre provoca ansia e/o disturbi digestivi, soprattutto iperacidità gastrica.
L’effetto piacevole della caffeina sull’umore, è dovuto principalmente alla sua capacità di favorire il rilascio di dopamina (come fanno amfetamine e cocaina) nel nucleus accumbens, la “centralina del piacere” del nostro cervello.
L’uso cronico di caffeina (cosa che tutti facciamo), migliora la memoria e funziona da protettivo contro malattie neurodegenerative quali Demenza e Parkinson.

A. Mercuri

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