Rimozioni dannose

Da tempo rifletto sul fatto che la nostra società è diventata troppo materialista: si è persa la cultura del sacro, della trascendenza, si mette la testa sotto la sabbia di fronte alla morte. Soprattutto questa rimozione della morte, questo vivere ignorando più possibile la sua esistenza credo produca un cronico stato d’ansia come accade a chi sà che un grande evento lo attende ma non vuole prepararsi ad affrontarlo, rifiuta di pensarci credendo che così diminuisca l’ansia. E’ un errore, è vero il contrario.

Mi è capitato ieri di sfogliare il settimanale ” GENTE VENETA” del 2 novembre e trovare questo bell’articolo del direttore Sandro Vigani:

….”Pensando alla Festa di Ognissanti e alla Commemorazione dei Defunti ben altre riflessioni mi vengono in mente. Trent’anni fa, appena diventato prete, la partecipazione a questi due momenti liturgici era molto più intensa. Ricordo la fila davanti al confessionale nei tre giorni che precedevano le celebrazioni. Ricordo la folla di gente che veniva a chiedere perdono per i peccati e anche a consegnare al Signore i propri crucci…Ricordo la lunga processione al cimitero, le messe tra le tombe alle quali nessuno mancava, l’odore dei ceri e dei crisantemi. E poi quei piccoli riti domestici che dilatavano le feste in famiglia: le caldarroste, la polenta cotta col mosto, i dolcetti dei morti. In trent’anni la partecipazione è molto diminuita. Perchè è diminuito il senso della morte come compagna della vita, quando essa viene ferita, nel tempo della malattia, del fallimento, quando persone care se ne vanno per sempre e si avvicina il tempo della nostra morte. La nostra civiltà occidentale teme la morte, la sottrae agli occhi della gente, la nasconde nelle corsie degli ospedali e nei marmi freddi degli obitori. Sostituisce le feste dei morti con la festa di Halloween, che purtroppo si sta diffondendo rapidamente nelle nostre famiglie, tra i nostri figli. Caricatura di tradizioni antiche che provengono dal nord dell’Europa, che nulla hanno a che fare con la nostra storia, è anch’essa un tentativo di esorcizzare la morte, di fingere che non esista. Perfino nel funerale con la cremazione che ormai raggiunge il 60% dei casi e non appartiene alla nostra cultura, alle nostre tradizioni, si restringe il tempo del lutto. Eppure la morte è lì dentro alla vita, in tutta la sua terribile drammaticità e inevitabile forza. E’ il ” caso serio” della nostra vita. Occorre imparare a guardarla in faccia, a chiamarla almeno un poco “sorella” come frate Francesco. Occorre dare tempo al lutto, imparare ad accarezzare le persone care morte, imparare a riconciliarci con la morte per amare davvero la vita”.

 

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